“E’ un primo passo importante” per iniziative simili, che potrebbero aprire la strada alla “pace tra l’Ucraina e la Russia”. Non risparmia l’ottimismo il commissario di Kiev per i diritti umani, Dmytro Lubinets, a conclusione dell’iniziativa umanitaria in occasione del cessate il fuoco mediato da Melania Trump per portare soccorso ai residenti di Oleshky, la cittadina ucraina occupata dai russi nella regione di Kherson, dove non più di 2.000 persone sono rimaste a lottare per sopravvivere, rispetto alle 24.000 di prima della guerra.
Lubinets e la sua omologa russa, Yana Lantratova, che hanno lavorato a stretto contatto per tutta la giornata, hanno incontrato i giornalisti in serata di ritorno in Crimea, al posto di confine di Armyansk. Entrambi hanno ringraziato ripetutamente la First Lady americana per l’impegno nell’affrontare la crisi, alla quale si era interessato anche il Vaticano, con una missione a Mosca del cardinale Matteo Zuppi e telefonate di Papa Leone ai presidenti russo, Vladimir Putin, e ucraino, Volodymyr Zelensky. Con la Santa Sede si è parlato della questione, sottolinea Lantratova, ma è stato l’intervento di Melania che “ha garantito la sicurezza per questa operazione”, avviata grazie a un cessate il fuoco entrato in vigore nella notte tra lunedì e martedì e che continua a tenere senza incidenti.
Con cibo, medicinali, 50 medici e paramedici e ambulanze, la colonna che si è messa in marcia di primo mattino dalla Crimea verso Oleshky comprendeva 25 autobus con 750 posti per l’evacuazione di coloro che volevano lasciare la cittadina, sulla linea del fronte, che le due parti si accusano a vicenda di avere isolato con i bombardamenti e i minamenti delle strade.
Non è chiaro quanti dei residenti finora rimasti, in gran parte anziani, abbiano deciso di partire. “Ho 62 anni e sono un tenente colonnello in pensione – dice all’ANSA Pavel, uno di quelli che ha deciso di restare -. Ho paura che se me ne vado perderò la casa”. Così, ha deciso di continuare le sue uscite in bicicletta ogni due settimane fino al vicino centro abitato di Radensk, dove carica provviste. “Sono sicuro che ce la farò a resistere fino alla prossima primavera, e credo che questa guerra non durerà ancora a lungo”, azzarda l’ex militare.
Video Ucraina, il primo convoglio umanitario diretto a Oleshky
Per entrare e uscire da Oleshky bisogna comunque continuare a fare estrema attenzione. Il convoglio attraversa stradine sconnesse e fangose della periferia costeggiate da case quasi tutte con i tetti sfondati e abbandonate. Evidentemente si tratta di vie d’accesso considerate più sicure nel mare di mine disseminate intorno al centro abitato. Una volta entrati, davanti al piccolo ospedale si scorge una massa di persone, molte anche con i loro cani e gatti in gabbie e trasportini. Ma tanti sono venuti solo per salutare gli amici e i parenti che se ne vanno, per poi tornare testardamente a difendere le loro case.
Quelli che sono partiti sono soprattutto giovani. Uno di loro, Anton, che abbiamo incontrato a Simferopoli in Crimea, ha 22 anni e già dal 2023 se n’è andato. E ha deciso di rimanere in territorio controllato dai russi nella regione di Kherson. “Vedevo quello che stava succedendo in Ucraina, in particolare gli arruolamenti forzati nelle strade, e ho preferito non andarci”, racconta. “Per questo – ricorda – molti conoscenti che hanno scelto di andare proprio in Ucraina, mi hanno chiamato traditore. Ma poi anche diversi di loro hanno lasciato il Paese e sono finiti all’estero, in particolare in Polonia”.
La scelta per chi parte di andare in Ucraina o in Russia ha diviso e ha provocato rancori anche tra parenti, come è normale per due Paesi strettamente legati in cui milioni di persone appartengono a famiglie miste. Ma per Igor Gitchenkov, 60 anni, un ex dirigente dell’ente trasporti di Kherson che si era costruito una casa a Oleshky, la scelta è stata ideologica. “Sono cresciuto nell’Unione Sovietica – dice – e per me la festa della Vittoria nella Seconda guerra mondiale conta quanto Natale e Pasqua. Ad ogni anniversario della vittoria portavo pane nero e vodka alla fossa comune dove è sepolto mio nonno, morto sotto Sebastopoli nel 1943. Anche altri concittadini venivano con me, e pensavo che ci credessero. Ma poi hanno scelto di andare in Ucraina, e magari da lì sono emigrati in Europa, anche in Italia”.
Lui invece ora vive in territorio controllato dalle truppe di Mosca a Skadovsk, 80 chillometri da Kherson. Ma per Alexander Zakharov, una cinquantina d’anni, che è scappato da poco Oleshky, la realtà è molto più prosaica. “La gente sceglie di andare con i russi o con gli ucraini a seconda di dove ha parenti che la può aiutare”, afferma. Nella speranza che questo conflitto finisca presto, come dice Lubinets.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
