Giallo sull’impianto nucleare di Fordow e l’uranio spostato prima del raid – Notizie – Ansa.it

Giallo sull’impianto nucleare di Fordow e l’uranio spostato prima del raid – Notizie – Ansa.it


Una distruzione quasi totale, come affermato in toni apocalittici da Donald Trump, e auspicato dagli israeliani; o al contrario danni limitati, come ripete il mantra delle fonti iraniane. E’ scontro di dati, di proclami, di bollettini, di foto satellitari e di veline contrapposte sull’esito dell’attacco contro tre impianti nucleari dell’Iran scatenato nella notte dagli Usa a sostegno d’Israele: come sempre accade in guerra, dove la propaganda e la disinformazione – più o meno voluta – arrivano invariabilmente sia dagli amici sia dai nemici, dai presunti ‘buoni’ e dai presunti ‘cattivi’.

La verifica esatta dei risultati richiederà tempo, come anche le voci istituzionali più sensate finiscono per riconoscere. E solo i fatti dimostreranno l’efficacia reale attribuita a ‘super bombe’ e ‘super missili’ vari nei proclami ufficiali o dai media più allineati.

I siti colpiti dai raid a stelle e strisce sono tutti sotterranei: quelli di Natanz e di Fordow, dove la Repubblica Islamica arricchisce l’uranio (a scopo civile secondo la sua versione, con l’intento di acquisire il potenziale per realizzare bombe atomiche, stando agli avversari); e quello di Isfahan, dove assembla le centrifughe. Ma l’interrogativo che conta riguarda Fordow, additato da Washington e da Israele come il più segreto, il più sinistro e il più nascosto nelle viscere della terra del lotto: a proposito del quale prende corpo il giallo di un possibile trasferimento-beffa di materiale che gli iraniani sarebbero stati in grado di portare a termine sul filo di lana. Come lascia sospettare fra l’altro il viavai di camion individuato da immagini satellitari filtrate sul web e fresche – pare – di 3-4 giorni fa.

I comandi americani si mostrano fiduciosi, accreditando in totale ai sulfurei Stealth B-2 d’aver sganciato 7 cosiddette bombe-bunker ad alto potenziale perforante. Nell’ambito di una pioggia di fuoco a cui – sull’insieme dei tre bersagli – ha contribuito anche la batteria di 30 missili Tomahawk lanciati dal mare da alcuni sommergibili della Us Navy per una somma complessiva monstre di 30 tonnellate d’esplosivo.

L’establishment militare israeliano da parte sua mantiene una certa cautela. Si dichiara soddisfatto dell’esito dello strike su Natanz, “completamente distrutto” secondo le stime della propria intelligence (certificate a stretto giro con singolare sintonia dal contestato direttore generale argentino dell’Aiea, l’agenzia atomica dell’Onu, Rafael Grossi). Mentre si riserva di poter risalire prossimamente a qualche dettaglio in più su quanto accaduto ai bersagli più profondi di Isfahan e soprattutto di Fordow. Non senza aggiungere di ritenere comunque che il grosso dell’uranio arricchito fosse immagazzinato a Natanz e a Isfahan: e non sia stato spostato prima dell’attacco americano.

Restano tuttavia le rilevazioni concordanti dell’Aiea e dell’ente atomico iraniano in base alle quali non risultano innalzamenti dei livelli radioattivi attorno agli impianti presi di mira. Mentre lo stesso segretario di Stato, Marco Rubio, non nega che per sapere con qualche margine di certezza se l’Iran sia stato in grado davvero di far sparire in extremis una quota di uranio, per lo meno da Fordow, serviranno “diversi giorni”.

Le autorità di Teheran, in ogni caso, provano a fare spallucce. Ammettendo di aver subito “danni”, ma non tali da distruggere il proprio programma nucleare e tanto meno il “know-how” tecnico-scientifico del Paese. Non senza rivendicare la tesi “dell’evacuazione di tutto il materiale a rischio” in particolare dalle profondità di Fordow: che nelle parole di Mohammad Manan Raisi, deputato eletto nel collegio della città santa sciita di Qom, nel cui territorio si trova l’impianto, “non ha subito gravi distruzioni. A dispetto di quel che va dicendo il presidente Trump”. 

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