Ci sono volute estati sempre più lunghe e afose per provare a scalfire l’immagine del “salary man” giapponese, icona di un formalismo e di un’etichetta che hanno resistito per decenni. Ma come ogni rivoluzione che si rispetti, anche quella dei pantaloncini negli uffici di Tokyo si scontra con un muro di perplessità, polemiche e questioni di genere, trasformando un semplice capo d’abbigliamento in un caso di costume nazionale.
L’iniziativa si ricollega a “Cool Biz”, la campagna governativa avviata nel 2005 per ridurre i consumi energetici e incentivare i dipendenti a rinunciare all’abito formale. Per generazioni, l’uniforme del salaryman – giacca, cravatta, pantaloni lunghi anche sopra i 35 gradi – è stata meno una questione di decoro che di appartenenza: indossarla significava disciplina, sacrificio, fedeltà all’azienda. Un codice non scritto che ha retto per decenni l’economia giapponese del dopoguerra.
Il passaggio agli shorts, tuttavia, ha rappresentato per molti un salto nel vuoto. Il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulla liberalizzazione per gli uomini, generando online una narrazione al limite dell’accanimento contro i cinquantenni, fino a coniare l’espressione “sune-hara” – contrazione di “molestia da peli delle gambe”.
Il neologismo descrive il disagio, reale o percepito, di alcune impiegate costrette a condividere ascensori e spazi con colleghi in bermuda e polpacci al vento. A complicare il quadro, la questione di genere. Se gli uomini possono finalmente alleggerirsi, le colleghe restano spesso vincolate a calze e gonne lunghe, tra pressioni estetiche e costi non indifferenti per la cura del corpo.
Atsuko Tamada, docente di Letteratura francese alla Chubu University, interpellata dal New York Times, mette il dito nella piaga: “Se gli uomini indossano sandali e shorts, perché non devono sottostare agli stessi standard di cura e depilazione?”.
Una disparità che stride con la retorica della parità, già sollevata anni fa dall’ex ministra e attuale governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, senza tuttavia ottenere lo stesso riscontro. Ma non è solo una questione estetica. Come sottolinea il quotidiano conservatore Sankei Shimbun, l’architettura sociale giapponese, fondata sul rispetto gerarchico e sull’armonia collettiva, mal tollera le eccezioni.
Il “giapponese medio” non è abituato a vedere il capo in shorts, e il disagio si misura in sguardi imbarazzati, battute e regole non scritte. Tra i più giovani si è diffusa la depilazione maschile, mentre i dirigenti cinquantenni preferiscono sovrapporre calzamaglie per limitare la pelle esposta. I casi di uomini che si recano al lavoro in pantaloncini restano ancora limitati alle giornate senza ricevimento di clienti esterni, ma alcuni dipendenti segnalano una fase di preparazione in vista della piena estate.
Il punto, secondo il funzionario metropolitano Koichi Kurata, non dovrebbero essere le gambe in sé, ma il risparmio energetico e la semplificazione della comunicazione interna, con ricadute positive anche sui rapporti umani tra colleghi. Anche quest’estate, il braccio di ferro tra abbigliamento leggero e galateo è destinato a proseguire.
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