Lettere di scuse, soldi già versati in beneficenza alla Fondazione Memoriale della Shoah, altre proposte di risarcimenti, che vanno dai 500 fino ai duemila euro, e l’impegno a fare lavori di pubblica utilità. Così, come è emerso stamani in un’udienza pre-dibattimentale a Milano, alcuni hater accusati di diffamazione aggravata dall’odio razziale per raffiche di insulti via social alla senatrice a vita Liliana Segre, sono già usciti dal procedimento o puntano ad ottenere la messa alla prova per chiudere il loro capitolo giudiziario.
Davanti alla giudice Francesca Ghezzi erano imputate otto persone nel primo processo derivato da uno dei filoni di una maxi inchiesta, scattata dopo le denunce della sopravvissuta al genocidio, assistita come parte civile dall’avvocato Vincenzo Saponara. Per tre posizioni è stato dichiarato il non doversi procedere per remissione delle querele, perché hanno già risarcito fuori dal procedimento e si sono scusati. Solo un imputato, invece, ha scelto di andare avanti ed essere giudicato con rito abbreviato, mentre gli altri quattro hanno chiesto di essere ammessi all’istituto della messa alla prova, che se andrà a buon fine cancellerà il reato.
Nella prossima udienza, il 9 aprile, dovranno però dimostrare di aver versato le somme, di aver presentato missive di scuse e di aver trovato degli enti adatti per effettuare lavori di pubblica utilità. Uno di loro, ad esempio, aveva indicato un blog di sinistra, ma la giudice ha fatto notare al difensore che non andava bene “qualcosa di così politicamente orientato, meglio una Caritas o un altro ente per bisognosi”. Un altro imputato, attraverso il suo legale, ha fatto presente di essere “un pensionato” e non in grado di versare “più di 500 euro”. Un altro ancora “vive con una pensione invalidità di 2500 euro all’anno, a casa della madre e raccoglierà quanto potrà”. Intanto, nell’ambito della maxi indagine che tempo fa era stata aperta dal pm Nicola Rossato sulla miriade di messaggi sul web contro Segre, anche con minacce esplicite, è stata fissata un’udienza preliminare a carico di un’altra ventina di imputati. L’udienza di oggi, infatti, è scaturita da una delle tranche che, nell’aprile 2025, erano passate anche per la decisione del gip Alberto Carboni, dopo le istanze di opposizione alle archiviazioni dell’avvocato Saponara.
Il giudice aveva ordinato alla Procura di identificare, con nuovi accertamenti, le persone che si nascondevano dietro ad 86 account e di iscriverne nove che erano state individuate ma non indagate. E al pm pure di formulare l’imputazione coatta, ossia decreto di citazione diretta a giudizio, mandando a processo altri sette indagati. Lo stesso pm, qualche mese prima, aveva chiuso le indagini con citazione a giudizio nei confronti di dodici, tra cui soprattutto No vax e Pro Pal.
Nel provvedimento il gip aveva messo nero su bianco che accusare “di nazismo”, come emerso da molti messaggi sul web, “una reduce dai campi di sterminio” è diffamazione aggravata dalla finalità discriminatoria, ossia dall’odio razziale, perché è “uno sfregio alla verità oggettiva” e “la più infamante delle offese per la reputazione di chi ha speso la propria vita per testimoniare gli orrori del regime e per coltivare la memoria dell’Olocausto”.
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