Il lungo inverno sul Dnepr, ‘il peggio è passato ma fate presto’ – Europa – Ansa.it

Il lungo inverno sul Dnepr, ‘il peggio è passato ma fate presto’ – Europa – Ansa.it


“La buona notizia è che l’inverno ormai è alle porte e aspettiamo marzo”. Sotto una pioggia mista a grandine Iryna attende i visitatori ai piedi della scalinata che conduce alla Chiesa di Sant’Andrea, gioiello barocco dal quale lo sguardo arriva ben oltre il fiume Dnepr. E’ un attesa piuttosto vana, la sua. In pochi, nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa, si sono spinti fin sotto le eleganti cupole disegnate da Bartolomeo Rastrelli. Ai loro piedi Kiev appare una città provata ma tutt’altro che arresa.

    L’arrivo dei leader europei è coinciso con un sensibile aumento della temperatura e con una sospensione dei raid del Cremlino. Ursula von der Leyen, Antonio Costa e un manipolo di capi di Stato e di governo, provenienti in gran parte dal Grande Nord e dal Baltico, hanno viaggiato sul treno giallo-blu – che ha ospitato anche anche un gruppo di media internazionali, tra i quali l’ANSA – dalla cittadina polacca di Przemyśl, passando per Leopoli, fin su a Kiev. Il viaggio è stato tranquillo. La notte buia ucraina non è stata squarciata da droni o missili. A Kiev, dove il treno è arrivato spaccando il minuto, le sirene hanno finalmente taciuto. “Ma fino a due giorni fa è stato un inferno, le bombe sono arrivate fin dentro la città, non lontano dal mio appartamento”, racconta uno dei dipendenti dell’Hotel Intercontinental, che ospita tradizionalmente i leader stranieri nella capitale.
    Tutt’attorno all’albergo, Kiev sembra non aver perso neanche un centimetro della sua resilienza. I negozi sono aperti, un gruppo di tatari invita i passanti ad assaggiare i piatti di un ristorante georgiano. I checkpoint, numerosi come non mai nel giorno del quarto anniversario, creano un traffico irrituale a cui fanno da contraltare le poche persone che si avventurano sull’asfalto gelato. Qualche giorno fa le cose andavano molto peggio. La crisi energetica a Kiev è iniziata a inizio gennaio, quando la Russia ha cominciato a bombardare le principali centrali termiche e elettriche. Le ore di luce artificiale hanno cominciato a ridursi drasticamente. Al di là del Dnepr, sulla riva destra, in migliaia sono rimasti con il termometro a dieci gradi nelle proprie case. “E’ stato il peggior inverno della nostra storia. Dal primo ottobre dodici attacchi massicci dei russi hanno messo fuori uso i 2/3 delle nostre capacità”, racconta Maksym Timchenko, alla guida della Dtek, il maggior investitore nell’industria energetica del Paese. I numeri snocciolati da Timchenko sono drammatici. “Duecento mila persone sono rimaste senza riscaldamento nell’inverno più freddo che io ricordi, con oltre venti gradi sotto zero. Ma siamo sopravvissuti, e dobbiamo sin da ora prepararci al prossimo inverno”, sottolinea il ceo di Dtek.
    Già, perché nessuno a Kiev crede che la guerra finisca con la primavera. La sensazione è che sia una guerra infinita, “come quella in Afghanistan”. Un conflitto che ha segnato la quotidianità, perfino le bancarelle di spille e magliette militari all’ingresso del complesso di Santa Sofia. A Kiev non si guarda alla fine della guerra come a un qualcosa di realizzabile nel breve termine. E’ all’Europa, tuttavia, che si guarda con impazienza. La data del 2027 indicata da Zelensky per l’ingresso di Kiev nell’Unione non è solo simbolica. Ivan Nagorniak, consigliere del governo ed esperto del dossier integrazione europea, spiega che “il momento ora è positivo, e che se non si corre ora, realisticamente, dopo sarà difficile”.
    “Dopo”, cioè nel 2027, andranno a voto Francia, Polonia, Italia e Spagna. La macchia sovranista e filo-putiniana potrebbe allargarsi inesorabilmente. Gli ucraini faranno di tutto perché non accada. “Vladimir Putin deve andare all’inferno”, si legge su un rotolo di carta igienica con il volto dello Zar. E a Kiev non è solo una scritta su un souvenir, ma soprattutto una certezza.
   

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