E’ un fuori programma a scolpire la visita di papa Leone a Lampedusa tredici anni dopo quella storica di papa Francesco. Dopo la preghiera al cimitero dei senza nome con le croci in legno ricavate dai barconi e l’attraversamento della Porta d’Europa, il simbolo della soglia tra Africa ed Europa, Leone si spinge oltre, scendendo sulla scogliera per fissare quel mare che da luogo di pericolo, da trappola mortale, può divenire un ponte di opportunità, speranza e incontro. Lo sguardo è rivolto in avanti, al Vecchio continente. “Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo – dice dunque alla messa davanti ai 4mila che sotto un sole cocente si sono radunati allo stadio comunale – si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. L’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo” per “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti” e “nello stesso tempo lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.
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Non manca la denuncia del Pontefice dopo aver incontrato una ventina di migranti appena sbarcati al molo Favarolo che da oggi, dopo lo scoprimento di una targa da parte di Prevost, viene intitolato ‘molo Francesco”. “L’amore – afferma – è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate”. E prosegue sulla scia di Francesco: “Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di ‘passare oltre'”.
Prevost rivolge il pensiero quindi proprio a papa Bergoglio che a Lampedusa volle venire l’8 luglio del 2013 dopo che un naufragio di migranti aveva fatto più di 200 morti quasi nell’indifferenza generale. Era il primo viaggio di Bergoglio, papa eletto (anche lui come Prevost un po’ a sorpresa) nel marzo precedente quando nessuno si aspettava che un Pontefice avrebbe marcato con così tanti gesti un pontificato declinato tutto sugli ultimi, i più emarginati, i più esclusi. Quel giorno era risuonato forte il suo monito contro “la globalizzazione dell’indifferenza”. Leone ha voluto riannodare oggi il filo del seme gettato da Bergoglio proseguendo soprattutto nei gesti. Da cimitero e ‘hub’ per il trasferimento dei migranti – di fatto chiusi nell’hotspot posizionato al centro dell’isola, lontano dalle spiagge dorate dove si affollano i turisti – Lampedusa deve divenire vero ponte verso un’Europa ricca di opportunità. Leone lo ha detto fissando fiducioso il mare, sguardo puntato sulle coste europee dopo aver raggiunto la soglia europea tenendo per mano una bambina di pochi anni e una mamma in stato di gravidanza. “Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza”, “abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, O’scià!”, ha concluso con il tipico saluto lampedusano.
Video Il Papa da Lampedusa: “L’Europa chiamata a responsabilità epocale”
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