Il Regno Unito ha chiuso la porta in faccia a Kanye West vietandogli l’ingresso nel Paese dopo giorni di polemiche seguite all’invito del rapper americano, tristemente noto per le sue dichiarazioni antisemite e razziste, al Wireless Festival di Londra. Quanto successo sull’isola ha avuto ripercussioni anche in Italia: si è scatenata una bufera per l’esibizione del controverso artista in programma il 18 luglio a Reggio Emilia, una settimana dopo la data britannica, cancellata dagli organizzatori insieme a tutta la kermesse musicale.
Decisivo nella vicenda è stato l’intervento diretto del premier laburista Keir Starmer, che tramite l’Home Office, il ministero dell’Interno, ha imposto il divieto d’ingresso all’artista, bloccando d’autorità la richiesta di concessione automatica dell’Electronic Travel Authorisation (Eta), l’autorizzazione elettronica necessaria per i soggiorni di breve durata nel Regno. “Questo governo è fermamente al fianco della comunità ebraica e non ci fermeremo nella nostra lotta per contrastare e sconfiggere il veleno dell’antisemitismo”, ha dichiarato Starmer, che si era schierato in prima fila contro l’invito del rapper, da lui definito “inquietante”.
L’esibizione dell’artista, che da qualche tempo si fa chiamare Ye, avrebbe dovuto rappresentare il clou della rassegna in calendario originariamente a Finsbury Park, nel nord di Londra, dal 10 al 12 luglio, oltre alla tappa britannica di un tour europeo destinato a segnare il ritorno di West sui palcoscenici del Vecchio Continente dopo le polemiche degli ultimi 5 anni. A nulla è valso il tentativo da parte dell’artista di mostrare un ravvedimento rispetto al passato e tendere la mano alla comunità ebraica del Regno, dicendosi pronto ad accogliere “con gratitudine” l’eventuale disponibilità di suoi esponenti a incontrarlo. “So che le parole non bastano e dovrò dimostrare di essere cambiato con le azioni”, aveva dichiarato il rapper in un comunicato, promettendo “uno spettacolo all’insegna del cambiamento” e di “pace e amore attraverso la musica”. Nemmeno le esortazioni dell’organizzatore del festival, Melvin Benn, che aveva invitato i tanti critici a concedere “un po’ di perdono” al cantante 48enne, hanno sortito qualche effetto. Del resto il rapper aveva perso da tempo molti fan e diversi contratti commerciali diventando un impresentabile a seguito di una serie di esternazioni e gesti, come quando aveva dichiarato di “amare i nazisti” o pubblicato una canzone intitolata ‘Heil Hitler’, oltre a pubblicizzare una t-shirt con la svastica. Non si è fatta attendere la risposta scettica della comunità ebraica britannica al tentativo di avvicinamento. Il Board of Deputies of British Jews, principale sodalizio di rappresentanza degli ebrei del Regno, in un comunicato firmato dal suo presidente, Phil Rosenberg, si era dichiarato pronto all’incontro col rapper solo a condizione che la prevista esibizione del festival londinese fosse prima cancellata. “La comunità ebraica – aveva tagliato corto Rosenberg – vuole vedere un rimorso e un cambiamento genuini, prima di credere che il luogo appropriato per testimoniare la sincerità (del pentimento di West, ndr) sia il palco del Wireless Festival”.
Il rapper si era visto altre volte chiudere la porta in faccia: l’anno scorso il governo australiano lo aveva privato del visto in un’azione simile a quella decisa da Londra. West aveva tentato di fare mea culpa all’inizio del 2026, acquistando un’inserzione a tutta pagina sul Wall Street Journal dove raccontava di essere in cura per una patologia neurologica dopo aver attraversato “un episodio maniacale durato quattro mesi, segnato da comportamenti psicotici, paranoidi e impulsivi”.
Intanto in Italia da più parti, dall’Anpi di Reggio Emilia ai sindacati fino ad Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli fucilati dai nazifascisti nel 1943, si invoca un intervento per evitare l’esibizione di West al Campovolo. E le polemiche potrebbero avere ripercussioni anche su altre date del tour europeo.
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