Il Tar del Lazio boccia il ricorso del comitato promotore per la raccolta di firme popolari, che contestava la decisione del Cdm di fissare la data del referendum sulla giustizia il 22 e 23 marzo. Nessun rinvio o sospensione in vista, dunque.
Mentre infiamma la polemica sulla scelta della maggioranza di bocciare le proposte delle opposizioni per allargare la consultazione referendaria al voto dei fuorisede. Uno scontro aperto su due fronti, che accende definitivamente la battaglia tra partiti e comitati. La schiera del no sceglie comunque di non alzare i toni sulla sentenza del Tar. “La pretesa dei ricorrenti è destituita di fondamento”, scrivono i giudici del Tribunale amministrativo. Secondo cui c’è già una richiesta legittimamente depositata – quella dei parlamentari – che consente di votare nei “tempi certi e stringenti” previsti dalla legge.
Non si può lasciar “dipendere la deroga ad un precetto normativo primario chiaro da un evento futuro ed incerto”, ossia l’ammissione del quesito referendario proposto dai promotori. Respinta dunque l’interpretazione del cosiddetto ‘comitato dei 15’, per la quale il governo avrebbe dovuto attendere – per prassi costituzionale – il termine della raccolta firme sul quesito alternativo per indire la consultazione.
“Il Tar lo conferma, il governo ha rispettato la legge del 1970”, affermano i comitati per il sì. Soddisfazione diffusa anche nel governo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio definisce la motivazione del Tar “di una chiarezza adamantina. Trattandosi di un referendum confermativo – ribadisce – una volta che si sia determinata una condizione per il suo svolgimento, in questo caso la richiesta parlamentare, le altre, come le cinquecentomila firme, sono inammissibili perché superflue”. E poi torna ad attaccare: “si è trattato di un espediente dilatorio che speriamo sia anche l’unico”.
Non sono dello stesso avviso i promotori delle firme popolari, che poche ore prima della sentenza, depositano le oltre 500 mila firme in Cassazione. Quanto alla raccolta, parlano di “vittoria”. Sulla sentenza del Tar, non sono così pessimisti. “Il Tar – affermano – ci ha detto che la risposta data dai cittadini ci consente di continuare la nostra campagna elettorale con il rimborso necessario e di aspettare serenamente la decisione della Cassazione”.
Occhi puntati dunque sull’Ufficio Referendum, che dovrà esprimersi sia sull’ammissibilità delle firme sia del quesito. In caso di un primo via libera, la Cassazione si troverebbe di fronte a due quesiti entrambi validi. Una questione giuridica inedita, che per il comitato potrebbe anche dar vita a una sospensione delle procedure di voto. Mentre resta sempre aperta la possibilità di un ulteriore ricorso alla Consulta.
Dal ‘Comitato della società civile per il no’, intanto, non si fa a meno di attaccare la “forzatura del governo sulla data”. Che tuttavia non frena un entusiasmo crescente. “La rimonta del No è già a buon punto”, suona la carica il presidente Giovanni Bachelet. “Il referendum è contendibile”, dice il capogruppo M5S Stefano Patuanelli.
Con uno sguardo rivolto all’ultimo sondaggio Ixè, che fotografa un sostanziale pareggio tra sì e no. Sondaggi che non sfuggono anche ai partiti di maggioranza, dove si comincia a constatare una certa risalita del fronte avverso. “Confronto sul merito e parola ai cittadini”, è il refrain diffuso nei partiti di centrodestra. Nelle cui file si registra qualche imbarazzo sulla scelta presa in Commissione Affari Costituzionali della Camera. Qui, la maggioranza boccia gli emendamenti al decreto Elezioni presentati da tutti i partiti di opposizione. Che, compatti, chiedono di estendere le precedenti sperimentazioni sul voto di studenti e lavoratori fuorisede alla prossima consultazione referendaria.
A motivare il no del governo, in commissione, la sottosegretaria Wanda Ferro che parla di una scelta tecnica e non politica, motivata dai “tempi stretti”. Mentre insorgono le opposizioni e i comitati. “Il governo si nasconde dietro a delle scuse”, per Vittoria Baldino del M5S. “Uno schiaffo a milioni di italiani”, affonda Riccardo Magi di +Europa. “Un furto di democrazia”, attacca la segretaria del Pd Elly Schlein.
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