In Libano migliaia in coda per tornare a casa, ma è ancora incubo guerra – Notizie – Ansa.it

In Libano migliaia in coda per tornare a casa, ma è ancora incubo guerra – Notizie – Ansa.it


Lungo la costa tra Sidone e Tiro le auto sono ferme, una fila continua che non si muove. Motori accesi, gente fuori dagli abitacoli, occhi puntati verso sud. Un fiume in piena mosso sin da prima dell’alba, subito dopo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.

Più a sud, vicino al Litani, qualcuno racconta che la bandiera israeliana issata sull’antico castello di Beaufort è stata tolta. Un segno di speranza tra le macerie e l’occupazione. Intanto si riaprono le strade. Al ponte di Qasmiye i soldati lavorano sulla carreggiata colpita, riempiendo il cratere lasciato dalle bombe. Il passaggio è parziale, ma la gente prova comunque a passare. Più a est alcune strade secondarie sono state riaperte, altre restano chiuse.

Sulla strada per il sud, nel cassone di un camion carico di materassi e valigie, Ali, 28 anni, è bloccato nel traffico vicino a uno dei ponti distrutti da Israele. Vuole tornare nel suo villaggio. “Non posso aspettare ma non so cosa troverò. Non so se la casa è distrutta o è stata vandalizzata dagli israeliani”. E ammette: “Ho paura che la guerra riprenda”.

 

In un’auto poco distante, con appesa al finestrino la foto di un combattente ucciso mentre resisteva all’invasione, una donna aspetta di tornare nel suo villaggio. “Torniamo con orgoglio, grazie al sangue dei combattenti che hanno difeso la nostra terra”, dice.

Accanto a lei, il fratello: “L’Iran ha umiliato gli Stati Uniti e Israele”. Anche lui dice che non sa cosa troverà. “Non importa. Anche se ci uccidono tutti, non ce ne andremo più”. A Nabatiye, tra edifici sventrati e facciate aperte, Jamil dirige una squadra di soccorso e non crede alla tregua. “Non ci sono garanzie, lo abbiamo già visto. Non cambiamo le procedure per ora”. Jalal, proprietario di un caffè distrutto, scuote la testa. “Ho perso tutto. Torno, ma questo cessate il fuoco non durerà”.

Tra le macerie, Nibal raccoglie pezzi di legno e vetro: “Comincio a riparare. Qualunque cosa succeda”. A Deir Zahrani, lungo la strada principale, Rawda trova un cappello tra i detriti. Era di suo fratello. “Lo indossava alla festa dell’indipendenza, venticinque anni fa”, quando si ricordava il ritiro israeliano del 2000. Intorno, la casa è distrutta. “Tutti i nostri ricordi sono sotto le macerie”. Il cugino mostra pochi oggetti recuperati. “Questo cessate il fuoco è doloroso. Ma restiamo”.

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Intanto, nella periferia sud di Beirut, Samir, palestinese, spazza via i vetri dalla vetrina del suo negozio. È tornato dopo mesi. “Non dormirò qui stanotte. Non c’è elettricità, non c’è acqua”. Guarda intorno. “I danni sono meno del 2024”. Poi abbassa lo sguardo. “Dal ’48 soffriamo. Le case al sud le abbiamo ricostruite quattro volte”, racconta riferendosi alla pulizia etnica subita dai palestinesi durante la prima guerra con Israele nel 1948.

Sul terreno, la tregua non ferma le conseguenze dei bombardamenti israeliani. Sulla strada tra Kunin e Beit Yahun un attacco ha colpito una moto e un’auto: un morto e tre feriti. A Majdel Selm un adolescente è stato ucciso dall’esplosione di ordigni inesplosi.

A Kfar Hatta si continua a scavare: tre morti, tra cui militari libanesi. Secondo il governo di Beirut, il bilancio dei bombardamenti israeliani dal 2 marzo al 16 aprile è di 2.294 morti e 7.544 feriti. Solo nella notte precedente al cessate io fuoco, un raid su Tiro ha ucciso 15 persone e lasciato almeno dieci dispersi sotto le macerie. 

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