Israele revoca lo stato d’emergenza anche al sud, nelle aree vicino alla Striscia di Gaza, di fatto abolendo “il regime speciale sul fronte interno” in tutto il Paese per la prima volta dall’attacco di Hamas del 7 ottobre di due anni fa. Mentre sul fronte nord, al confine con il Libano, dove la tregua raggiunta un anno fa con Hezbollah è stata più volte violata, è tornata la tensione con le truppe della missione di pace Unifil.
La decisione di revocare lo stato d’emergenza è stata presa dal ministro della Difesa, Israel Katz, in base alle raccomandazioni dell’esercito seguite al cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre. Una mossa che intende portare il Paese verso la normalità, in particolare per le comunità situate fino a 80 km dal confine con la Striscia. La tregua sembra reggere a fatica, con l’Idf che continua a compiere “raid mirati” a Gaza: secondo fonti mediche palestinesi, citate dalla Wafa, sono 93 i morti dall’inizio del cessate il fuoco, 337 i feriti e 472 i corpi recuperati.
Ma l’accordo siglato sulla base del piano di Donald Trump prevede anche la restituzione di tutti gli ostaggi ancora in mano a Hamas: 20 quelli tornati vivi in Israele, mentre va a rilento il rientro delle salme degli uccisi. Hamas ha annunciato la consegna del sedicesimo corpo su 28, ribadendo che i ritardi sono dovuti alla difficoltà di recuperare i resti sotto le macerie di Gaza, che sta cercando con l’aiuto della Croce Rossa e un team di esperti egiziani.
Israele è tuttavia convinto che la fazione islamica sappia dove si trovino. Le squadre di ricerca hanno avuto l’autorizzazione oggi di oltrepassare la Linea Gialla, oltre la quale si sono ritirate le forze dell’Idf, per “individuare il luogo in cui si trovano i nostri ostaggi, sotto la stretta supervisione dell’esercito israeliano”, ha riferito la portavoce del governo Shosh Bedrosian. Le famiglie degli ostaggi hanno messo in guardia dal procedere con la fase 2 del piano Trump “finché Hamas non avrà adempiuto a tutti i suoi obblighi e restituito tutti gli ostaggi a Israele”.
Un funzionario del governo di Benyamin Netanyahu ha tuttavia dichiarato a Times of Israel che la ricostruzione sul lato israeliano della Linea Gialla non dovrà attendere la fase 2: quella parte della Striscia “è libera e possiamo iniziare a costruire”, ha spiegato, riecheggiando un’idea già ipotizzata dagli Stati Uniti.
Nel sud del Libano intanto due persone sono state uccise in un raid israeliano: “Erano due terroristi di Hezbollah”, ha poi spiegato l’esercito. Ma la tensione torna a salire anche con i caschi blu dell’Unifil. L’Idf ha accusato la missione Onu di aver abbattuto per la prima volta domenica un suo drone in missione di ricognizione “di routine” nella zona di Kfar Kila.
“Un’indagine iniziale suggerisce che le forze Unifil di stanza nelle vicinanze abbiano deliberatamente sparato contro il drone e lo abbiano abbattuto. L’attività del drone non rappresentava una minaccia per le forze Unifil”, ha aggiunto il portavoce militare, Nadav Shoshani, su X. Secondo la ricostruzione dei peacekeeper, invece, il drone israeliano “aveva sorvolato in modo aggressivo una pattuglia Unifil. Le forze di peacekeeping hanno applicato le necessarie contromisure difensive per neutralizzarlo”. Dopo di che, ha spiegato ancora Unifil, un altro drone si è avvicinato alla pattuglia e “ha sparato una granata”. E poco dopo, “un carro armato israeliano ha sparato contro i caschi blu. Fortunatamente, non ci sono stati feriti o danni”.
“Dobbiamo evitare che gli incidenti si trasformino in casi gravi, ma la sicurezza dei nostri militari è fuori discussione”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Anche la Francia ha condannato “il fuoco israeliano contro un distaccamento dell’Unifil”, ricordando che ”la protezione dei Caschi blu, la sicurezza del personale, dei beni e delle strutture delle Nazioni Unite vanno garantite”.
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