Donald Trump tradito dai suoi. Nonostante la presa stretta sul partito repubblicano, il presidente è stato bocciato alla Camera sui dazi al Canada. Una sconfitta pesante, anche se simbolica, che mostra la strada tutta in salita dei conservatori verso le elezioni di metà mandato. Le crepe nella maggioranza emergono mentre gli ultimi sondaggi dipingono un presidente in difficoltà: per la maggioranza degli americani, infatti, Joe Biden ha fatto un lavoro migliore del tycoon. Un confronto che per Trump rappresenta uno smacco, dopo anni in cui il tycoon dipinge ‘Sleepy Joe’ (come lo ha soprannominato) il peggior presidente della storia americana.
Le rilevazioni di Harvard Caps-Harris, Rasmussen e YouGov-Economist sono l’ennesimo campanello d’allarme per i repubblicani in vista dell’appuntamento di novembre, in cui si rinnoverà gran parte del Congresso e al quale il Grand Old Party si affaccia con in cassa 100 milioni di dollari in più dei democratici ma fra tanto scetticismo degli elettori. Pur apprezzando la stretta al confine con il Messico, i repubblicani continuano a lamentarsi di un carovita che non molla la presa e una lotta all’immigrazione clandestina troppo dura e violenta, come mostrato da quanto accaduto a Minneapolis. Proprio avendo in mente l’elevato costo della vita e il problema dell”affordability’ – la capacità di arrivare alla fine del mese – sei deputati repubblicani hanno rotto le fila e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, che – a loro avviso – sono responsabili dell’aumento dei prezzi. Thomas Massie (eletto in Kentucky), Don Bacon (eletto in Nebraska), Jeff Hurd (in Colorado), Brian Fitzpatrick (in Pennsylvania), Dan Newhouse (nello Stato di Washington) e Kevin Kiley (in California) hanno votato con i colleghi democratici per fermare le tariffe contro Ottawa, imposte dal presidente sulla base di un’emergenza nazionale causata dalla mancata azione del Canada contro il flusso di fentanyl. Il loro voto ha vanificato gli sforzi dello speaker della Camera Mike Johnson, impegnato per giorni a cercare di scongiurare la votazione. L’unico obiettivo che Johnson con i suoi sforzi è riuscito a centrare è stato limitare le perdite: inizialmente infatti i repubblicani intenzionati a votare contro le tariffe erano ben 30. Molti però alla fine hanno cambiato idea in parte per il pressing della Casa Bianca e in parte nella consapevolezza che Trump opporrà il veto alla misura qualora fosse approvata dal Congresso. Molti hanno poi preferito scaricare la responsabilità delle tariffe sulla Corte Suprema. I saggi devono ancora esprimersi sui dazi decisi da Trump contro praticamente tutti i partner commerciali sulla base di un’emergenza nazionale come quella invocata contro il Canada.
Se li bocceranno verranno a cadere tutti i dazi, con buon soddisfazione dei repubblicani tradizionalisti che li ritengono una ‘tassa’ ma che preferiscono rimanere in silenzio per non alienarsi il presidente in vista del voto di metà mandato. I sei ribelli che invece hanno trovato la forza, anche politica, di votare contro Trump lo hanno fatto sfidando le sue stesse minacce. Poco prima della votazione il presidente sul suo social Truth aveva infatti scritto: “Chiunque voterà contro i dazi la pagherà alle elezioni, anche alle primarie”. La misura passa ora al Senato dove è probabile che sia approvata (nei mesi scorsi un provvedimento analogo era stato bollinato con diversi repubblicani che si erano uniti ai liberal). Nel caso di via libera del Congresso, il disegno di legge arriverà sul tavolo di Trump e un veto appare quasi certo. Le probabilità che la Camera e il Senato annullino il veto sono pari alla zero, visto che per farlo servirebbe una maggioranza di due terzi al Congresso. La spallata della Camera alla Casa Bianca non allenta comunque la pressione sul Canada di Mark Carney. Il presidente americano – secondo indiscrezioni – sta infatti valutando l’uscita dall’accordo commerciale con Ottawa e il Messico (Usmca) che ha preso il posto del Nafta, e che lo stesso tycoon ha firmato nel corso del suo primo mandato. Nessuna decisione definitiva è stata presa, ma l’eventuale abbandono segnerebbe la fine di una collaborazione decennale fra i tre storici vicini e alleati.
Sei i repubblicani ‘ribelli’, ecco chi sono
Si sono fatti coraggio e hanno sfidato Donald Trump sulla politica che gli è più cara, quella dei dazi, aprendo di fatto la strada a una possibile fronda in grado di complicare ulteriormente le elezioni di metà mandato dei repubblicani.
Così, ignorando le minacce e le pressioni, sei deputati conservatori, appartenenti all’ala più moderata del Grand Old Party, si sono uniti ai colleghi democratici e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, consentendo alla Camera di approvare una misura che lo speaker Mike Johnson e il presidente in persona avevano con tutte le forze cercato di fermare.
Al conservatore Thomas Massie del Kentucky, nemico giurato del tycoon e sua spina nel fianco, si sono uniti Don Bacon (eletto in Nebraska), Jeff Hurd (in Colorado), Brian Fitzpatrick (in Pennsylvania), Dan Newhouse (nello Stato di Washington) e Kevin Kiley (in California). Molti di loro ha votato contro i dazi al vicino Canada per difendere gli interessi dei distretti che rappresentano. Altri lo hanno fatto perché fedeli all’ideologia tradizionale del partito repubblicano che vede nel libero commercio uno dei cardini ed è contraria alle ‘tasse’, come quelle imposte dai dazi.
Lo speaker Johnson ha ridimensionato la sconfitta e spiegato che il presidente comprende il perché i sei ‘ribelli’ abbiano votato contro. Trump, però, su X non sembra aver gradito la mossa dei ‘traditori’: il tycoon senza esitazione ha puntato il dito contro Massie, definendolo un “perdente” che ormai sembra aver preso il posto di Liz Cheney, l’ex deputata acerrima nemica del tycoon. Con i suoi voti contrari su molte delle iniziative della Casa Bianca, Massie da mesi si è attirato l’ira del presidente che non gli risparmia critiche quotidiane. L’essersi alleato con il democratico Rho Khanna per la pubblicazione dei documenti di Jeffrey Epstein lo ha indebolito ancora di più agli occhi di Trump, per il quale altro non è che un ‘Rino’, acronimo che sta per ‘Republican in name only’, repubblicano solo di nome.
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