Per diversi palestinesi la sopravvivenza è appesa ad uno spago. Quando la ghigliottina taglia le cordicelle legate ai carichi di aiuti con il paracadute, parte il conto alla rovescia tra le rovine di Gaza: dura due minuti. Ma l’inseguimento con lo sguardo al cielo comincia prima, quando le sentinelle del cibo sentono arrivare gli aerei a bassa quota. Così dall’alto gli equipaggi sui C-130 per le missioni umanitarie, tra cui quella italiana, certificano con i propri occhi l’angoscia che il resto del mondo può vivere solo nelle foto. Dagli oblò non c’è nessun appiglio visivo che dia spazio alla vita a nord della Striscia: dopo il Mediterraneo, sorvolando a bassa quota, arrivano la spiagge della costa, gli edifici sgretolati e le tende degli sfollati, a loro volta forse già sfollate. Poi, man mano che si prosegue, senza preavviso arriva la discesa in un abisso orizzontale, dove i palazzi sembrano perdere le loro forme, come saponificati, fino alle ombre di caseggiati inesistenti diventati perimetri di macerie.
La geografia umana la catturano, per paradosso, solo le telecamere di monitoraggio esterno dei C-130: qui i fotogrammi documentano l’ostinazione dei palestinesi che si attaccano alla vita, cercando di correre quanto gli aerei per raggiungere i carichi che piovono dall’alto. Nulla è casuale, ma tocca arrivare nel punto giusto: né troppo lontani, né troppo vicini, altrimenti si rischia di rimanere schiacciati da una tonnellata di cibo, come in passato è capitato anche ad un quattordicenne della Striscia. Il pilota che sorvola la zona con i carichi a bordo questo lo sa bene e ha la responsabilità di rispettare il compito, perché i blocchi di aiuti vanno lanciati solo nelle ‘safe area’ indicate dalle autorità giordane. “Bisogna calcolare in maniera totale, non possiamo rischiare e se le condizioni di sicurezza non ci sono non si sgancia nulla, nel caso possiamo provare a rifare il giro”, spiega il comandante del velivolo della Difesa italiana, un ragazzone dell’aeronautica militare e dall’accento toscano, che oggi non può permettersi calcoli sbagliati. Arrivano i centro metri di spazio stabiliti, l’aereo è inclinato con il portellone aperto e in pochi attimi si attiva la ghigliottina: le corde saltano e i carichi scivolano sui rulli in meno di tre secondi per finire nel vuoto, dove i paracadute catturano l’aria e si gonfiano, abbandonando definitivamente il rumore straniante dei motori dell’aereo. Missione compiuta, si vira verso la base negli hangar ad Amman.
Il resto è una partita di centoventi secondi tra i palestinesi e il cielo, che solo l’analisi dei frame può spiegare. La mappa disegnata dalle autorità giordane, inevitabilmente concordata con Israele, appare più chiara attraverso i frame catturati dagli occhi elettronici degli aerei: un’arteria che porta alla ‘safe area’ divide in due una zona più popolata da quella totalmente sfigurata durante i bombardamenti. Su questa strada, attraverso i frame, si individuano gruppi di ombre nere che assieme all’arrivo degli aerei si avvicinano rapidamente ai punti di scarico. “Sono tanto piccoli nelle immagini. Sembra di vedere formiche che si avvicinano a briciole”, riflette qualcuno con voce sommessa, consapevole che invece stiamo osservando degli essere umani.
Tolte le cuffie aeronautiche dopo l’atterraggio, a bordo pista, il pilota rivela l’impatto emotivo: “Fa impressione vedere il colore giallo della sabbia che improvvisamente si mischia con il grigio del cemento di tutte le costruzioni distrutte. Ho potuto vedere personalmente quello che ascoltavo e vedevo dal racconto degli altri: tanta desolazione, se penso ai grandi alberghi e palazzi che c’erano prima e ora sono spariti”. Privati dalla possibilità di essere sul campo, a volte l’inammissibile può diventare meno indigesto per media ed eserciti. Oggi invece anche i membri dell’equipaggio del C-130 italiano sono diventati testimoni.
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