A ricevere JD Vance, il giorno dopo la kermesse con Viktor Orban, non è un’arena ma un salotto affacciato sul Danubio. Balazs Orban – nessun legame di parentela con il premier – e Zoltan Szalai, due figure chiave del potere orbaniano, gli aprono le porte del Mathias Corvinus Collegium, ormai tempio della nuova destra globale.
La scena si restringe, ma la sostanza non cambia: il vicepresidente americano rilancia il sostegno al premier e affonda di nuovo contro l’Europa. “Mi è stato detto che il fatto che io venga qui a dire che Viktor sta facendo un buon lavoro sarebbe ingerenza straniera: e non lo è quando l’Ue minaccia di trattenere miliardi all’Ungheria? O quando gli ucraini bloccano i gasdotti?”, ha attaccato davanti ai giovani aspiranti patrioti.
Fuori, però, l’operazione Maga targata Donald Trump non sembra spostare l’ago della bilancia: i sondaggi continuano a dare Peter Magyar in vantaggio. E il segnale più forte arriva da Median, che delinea uno scenario fino a poco tempo fa fantascientifico: l’opposizione si avvierebbe verso una maggioranza dei due terzi (tra 138 e 142 seggi su 199) con la possibilità di riforme capaci di riaprire anche il dossier dei fondi Ue.
Custode della narrazione conservatrice ungherese, l’Mcc parla ormai molte lingue e attraversa mezzo continente. Sotto la guida di Szalai, il think tank si è trasformato in un piccolo impero a impronta sovranista, con oltre 8.000 studenti e più di 30 sedi – tra Bruxelles, Berlino e Vienna -, attorno al quale orbita anche l’intellettuale cattolico americano Gladden Pappin, simbolo del ponte tra Budapest e l’universo Maga. “La nostra missione è formare una nuova generazione di giovani patriottici, pronti a servire il Paese e competere nel mondo”, ha rivendicato Balazs Orban davanti a Vance, difendendo il “modello universitario ungherese” – frutto di una stagione di riforme segnata dallo scontro con la Central european university di George Soros – dalle “critiche del mondo liberale” e dell’Europa, accusata di voler “colpire gli studenti ungheresi”, limitare il libero pensiero e influenzare il voto. “L’ingerenza è quando altri governi fanno pressioni per dirvi come votare: è un attacco alla vostra sovranità, dovreste essere arrabbiati”, ha attaccato il vice di Trump rivolgendosi agli studenti, mettendo nel mirino anche le presunte “minacce scandalose” di Volodymyr Zelensky a Orban sul veto al prestito Ue da 90 miliardi di euro e indicando l’Mcc come modello di “pensiero responsabile”.
Le rilevazioni però continuano a indicare un’altra direzione: l’ultimo sondaggio – condotto tra il 31 marzo e il 4 aprile dall’istituto Iranytu – vede l’opposizione di Tisza ottenere il consenso del 51% degli elettori già orientati, contro il 40% di Fidesz. Sul totale, il margine si riduce – 41% a 34% – con un 18% di indecisi ancora cruciale. Orban si è rivolto direttamente agli ungheresi all’estero e alla diaspora: “Il destino della nazione è nelle vostre mani”, ha detto in un video diffuso sui social, chiamando a difendere “le conquiste degli ultimi sedici anni”. Poi la sua campagna si è spostata a Sopron, città di frontiera a pochi chilometri dall’Austria, dove nel 1989 si aprì una delle prime crepe nella cortina di ferro. Quando il premier era ancora il volto giovane e anti-sovietico della politica ungherese. Oggi, invece, i suoi legami con il Cremlino sono sempre più forti. Secondo documenti ottenuti da Politico, Budapest e Mosca avrebbero firmato un accordo in 12 punti per rafforzare la cooperazione su energia, commercio e cultura. Il governo parla di pragmatismo. L’opposizione di dipendenza. Dalla Russia, come dagli Usa.
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