La grande paura si esorcizza in una coloratissima festa di piazza, attorno al Duomo di Magdeburgo. È gremita. Intergenerazionale. Interconfessionale.
Multiculturale. E unita contro la possibile vittoria dell’ultradestra di Ulrich Siegmund. Il candidato di Afd, che con un programma platealmente radicale, punta alla maggioranza assoluta alle elezioni della Sassonia-Anhalt, e a portare per la prima volta il partito di Alice Weidel al governo in una regione. Lei, la leader nazionale, chiude la campagna fra i suoi, in un evento a porte chiuse, giacca bianca, radiosa, incede sul palco a ritmo di musica, per poi prendere la parola rispondendo al grido di una bimba in platea: “Tre anni e sei già qui! Noi siamo il partito dei giovani, delle famiglie e del futuro”. “Tutto è possibile”, urla lo slogan. “E domani Siegmund scriverà la storia. Ulli sei il primo ministro presidente di Afd in Germania!”. “Forse sono l’uomo più pericoloso della Repubblica, come dice lo Spiegel perché non ci faremo più dire da loro come dobbiamo vivere. Di certo non qui nell’est”, ha esultato il 36enne che declina “in positivo” i piani delle anime più estremiste di Alternativa, prendendo la parola, ed elencando ancora alcuni dei progetti cruciali: via le ong, via il canone al servizio pubblico.
Ma sono due Germania lontane e diversissime quelle che si contendono strade e consensi, nella città che Ottone il Grande rese centro dell’Impero e della cristianità nel decimo secolo.
Un Land di meno di due milioni di abitanti, dove stando ai sondaggi Afd avrebbe il 42% dei consensi contro il 22 della Cdu, mettendo sotto pressione indicibile il cancelliere Friedrich Merz, è spaccato fra fronti che non possono aver comprensione fra loro. Merz fa sentire la sua voce alla vigilia: “Non permetteremo a queste persone di distruggere il nostro Paese con le loro chiacchiere”, promette pur dovendo ammettere che ‘alla luce dei risultati dei sondaggi e dei risultati elettorali da temere, ciò che abbiamo fatto finora non è stato sufficiente, serve una nuova narrativa per la Germania“.
“Se avete paura lo capisco, ma non lasciamoci rovinare questa magnifica festa della democrazia”, urla un giovane dal palco di piazza Duomo parlando a circa 15mila di persone accorse da tutto il Paese, e soprattutto dall’est della Germania. La paura è nei discorsi, negli sguardi, nelle testimonianze di tanti. “Io temo proprio che ce la faranno – spiega all’Ansa una operatrice del consiglio dei rifugiati – e il programma parla chiaro. Ong come la nostra saranno fatte fuori. Vogliono mandarli via tutti, anche chi è protetto dal diritto d’asilo. E l’incertezza è generale. Non so come immaginare il lunedì in arrivo, se vinceranno”. Il suo racconto resta senza nome, “sono stata minacciata in passato, sono venuti nel mio ufficio. E sono stata insultata sui social, non vorrei essere individuabile”, aggiunge. Ansie che attraversano tanti settori. “L’Afd afferma, e Ulrich Sigmund lo dichiara apertamente, che il primo giorno dopo la sua elezione abolirà Mdr. A quel punto si pone la domanda: può davvero farlo? E la risposta è: non proprio”, ha spiegato all’ANSA Til Shaebitz, giornalista del gruppo radiotelevisivo pubblico che copre i Lander dell’Est. La situazione dal punto di vista giuridico, spiega, è molto complessa e la direzione si occupa da anni di questa minaccia.
“Se pure ci spegnessero qui, la gente dovrebbe continuare a pagare il canone. Questa promessa è del tutto irrealizzabile.
Questo è garantito dal diritto costituzionale”, continua. “Non regge, è una sciocchezza”. Resta il disagio di tanti reporter: “Il comportamento del partito nei confronti dei media è molto professionale, ma i seguaci di Afd sono molto aggressivi. Ormai spesso seguiamo le loro manifestazioni con delle guardie del corpo”.
Poco lontano, dove la Breiter Weg incrocia Ulrich Platz, sta per partire un corteo di auto di Afd. “Merz sembra il cancelliere dell’Ucraina, ha dimenticato quale è il suo mandato.
E la Cdu ha tradito il ceto medio”, tuona un uomo sulla settantina che parla al megafono. Applausi, anche da giovani avvolti dalla bandiera. Mohammed, con su moglie e i suoi due figlioletti guarda le auto dal marciapiede opposto: “Vedremo come va domani. Se la situazione dovesse peggiorare certo che andremo via. Non è una buona cosa per noi se vinceranno”. Passa anche una famiglia di afghani: niente foto, niente nomi. Ma il papà dice la sua: “Lavoro da anni qui con aziende internazionali. Ognuna di loro ha oltre 1500 stranieri. Ho troppa esperienza per credere a quese storie. Quello che dicono su di noi non si può fare”.
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