I rapporti tra l’Italia e la Svizzera si fanno di nuovo tesi sulla vicenda di Crans-Montana. A rompere il delicato equilibrio tra i due Paesi, faticosamente riconquistato negli ultimi mesi, arriva da Sion la lettera con cui la procura del Cantone del Vallese respinge, a distanza di tre mesi, la richiesta dello Stato Italiano di costituirsi parte civile nell’inchiesta sul rogo di Capodanno, in cui sono morti 6 ragazzi italiani e 14 sono rimasti feriti. La decisione – secondo quanto emerge dal dossier dell’inchiesta, depositato giovedì – è stata comunicata il 23 luglio scorso all’avvocato ginevrino Romain Jordan, che rappresenta il governo italiano. Secondo i magistrati svizzeri, “né la cittadinanza italiana di diverse vittime, né i costi sostenuti dalla Repubblica Italiana per prestare assistenza ai propri cittadini vittime dei fatti perseguiti sono idonei a conferire la qualità di parte lesa”. Una tesi contro cui l’Italia ha già presentato ricorso, spiega l’avvocato generale dello Stato, Gabriella Palmieri, confutando “tutte le prospettazioni del giudice”.
Le motivazioni addotte dalle procuratrici svizzere Catherine Seppey, titolare dell’inchiesta, e dalla sua collega Victoria Roth, dice la Farnesina, “non sono condivise” e sono “superate anche alla luce della giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo”. Gli inquirenti elvetici sostengono che “affinché la qualità di danneggiato sia riconosciuta allo Stato, non basta che quest’ultimo sia colpito dal reato negli interessi pubblici che ha il compito di difendere o promuovere; esso deve essere colpito direttamente nei suoi diritti personali, al pari di un privato”. In questo caso specifico, scrivono ancora le procuratrici di Sion, “quando l’organo statale agisce come titolare della pubblica potestà, difende interessi pubblici e non può contemporaneamente essere colpito direttamente in interessi individuali propri; in tal caso, la tutela degli interessi pubblici, di cui è garante, spetta al Ministero Pubblico”.
Nell’inchiesta aperta a Sion sulla strage in cui sono morte in totale 41 persone e 115 sono rimaste ferite, risultano al momento 15 indagati, tra cui Jacques e Jessica Moretti, proprietari del Constellation e il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. I reati ipotizzati sono l’incendio, le lesioni aggravate e l’omicidio colposi. Voluta dalla premier Giorgia Meloni e promossa dall’Avvocatura generale dello Stato, la costituzione di parte civile dell’Italia nell’indagine svizzera era stata depositata il 29 aprile. Il Governo italiano ha ritenuto che la strage abbia causato un “danno diretto” al “patrimonio dello Stato a causa delle ingenti risorse mobilitate dal Servizio nazionale della Protezione civile per l’assistenza medica, psicologica e logistica ai connazionali coinvolti”. Il rifiuto dei magistrati svizzeri rischia di raffreddare nuovamente i rapporti tra l’Italia e la Svizzera. A fine gennaio si era arrivati al richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano a Berna Gian Lorenzo Cornando, dopo la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario del discobar andato a fuoco. E a marzo i rapporti si sono complicati ancora, dopo che ad alcune famiglie di ragazzi italiani feriti sono state recapitate salatissime fatture dell’ospedale di Sion per le cure prestate nelle ore immediatamente successive alla strage. Un rapporto, quello tra i due Paesi, a corrente alternata, nel quale si sono inserite complesse procedure di rogatoria internazionale che hanno comunque permesso alla procura di Roma, che sulla strage ha aperto un’inchiesta, di tenere vivo un canale di collaborazione con gli inquirenti svizzeri, cercando di acquisire documenti e mettendo a disposizione le risultante delle tante attività investigative svolte in Italia.
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