Un incontro con l’ambasciatore di Mosca, diventato di dominio pubblico oltre un mese più tardi. Che avrebbe generato l’irritazione di Giorgia Meloni, non preventivamente informata e rimasta spiazzata, come racconta il Corriere della Sera svelando la vicenda.
Nasce così la polemica sul viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, che però smentisce la reazione contrariata della premier precisando che l’appuntamento con Alexei Paramonov, richiesto dallo stesso diplomatico russo, era “autorizzato” dalla Farnesina: “Ho agito a nome del governo”. Spiegazioni insufficienti per le opposizioni, che chiedono le dimissioni del viceministro. “Se il governo riapre i canali con la Russia – attacca Elly Schlein – si allontana dall’Ue”.
“È una polemica inutile”, taglia corto ministro degli Esteri Antonio Tajani, spiegando che l’incontro (che si sarebbe tenuto il 3 febbraio) “si è svolto al ministero, alla luce del sole”, ed è servito “a ribadire la nostra posizione” sull’Ucraina. Ossia, “sostegno” a Kiev e “condanna dell’invasione da parte della Federazione Russa”. Con cui “noi non abbiamo rotto le relazioni diplomatiche”, precisa il vicepremier. Da tre anni a capo dell’ambasciata, Paramonov è stato più volte convocato alla Farnesina. Ad esempio ad agosto, dopo la lista di “discorsi d’odio” contro la Russia – tra cui una frase del presidente Sergio Mattarella – postata dal ministero degli Esteri di Mosca.
I rapporti sono al “livello più basso”, spiegava a gennaio il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, stigmatizzando la cancellazione delle esibizioni di artisti russi in Italia, e rispondendo a Meloni e altri leader Ue sulla necessità di riaprire un dialogo con Mosca: “Chi vuole parlare con noi in modo serio, ci chiami”. Paramonov il 31 gennaio auspicava un “riallacciamento” e il 3 marzo, ribattendo alla premier che aveva definito la crisi del diritto internazionale “figlia dell’aggressione russa all’Ucraina”, sosteneva che in realtà la colpa è “delle bugie occidentali”. In questo contesto, un mese prima è andato in scena l’incontro con Cirielli. “Non è un’anomalia: se un ambasciatore accreditato chiede di parlare, ci parliamo.
E in genere per prassi con l’ambasciatore parla il viceministro”, dichiara lui stesso, spiegando che erano “presenti un funzionario della direzione generale e il mio capo della segreteria: hanno preso nota di tutto”. “Sono stato molto rigido” nel “chiarire la posizione del governo”. E “loro hanno espresso le loro posizioni, è del tutto legittimo”, aggiunge l’esponente di FdI, in autunno candidato del centrodestra a governatore in Campania. Un altro incontro, peraltro, c’era stato “un anno fa, sempre su loro richiesta”, rivela Cirielli, smentendo l’irritazione di Meloni: “Quattro o cinque giorni dopo sono stato con lei in Etiopia, non ne abbiamo proprio parlato”. Non è un caso politico neanche per Matteo Salvini. “Non siamo in guerra contro la Russia né contro l’Iran”, aggiunge il vicepremier leghista, plaudendo a FederPetroli che chiede di rimuovere le sanzioni su petrolio e gas russi. Sul gas russo anche M5s – che non parla del caso Cirielli – non sembra chiudere del tutto. “Abbiamo sempre detto in prospettiva – nota il capogruppo al Senato Luca Pirondini – che saremmo dovuti tornare ad acquistarlo ma non si sarebbe nemmeno sbagliato ad utilizzare questa cosa come baratto per arrivare a un cessate il fuoco”. Giuseppe Conte giorni fa aveva però chiuso all’acquisto del gas russo almeno fino alla fine del conflitto. Il Pd ha subito depositato un’interpellanza. “Il governo – avverte Schlein – deve fare chiarezza su cosa hanno discusso l’ambasciatore russo e Cirielli”. Iv annuncia una interrogazione: “Svegliate il soldato Tajani”, punge Matteo Renzi, e Carlo Calenda – anche lui firmatario con Azione di una richiesta di chiarimenti – lo esorta a “difendere la dignità delle istituzioni e ammettere il grave errore”. “Meloni chiarisca se Cirielli fa diplomazia parallela”, attacca infine Riccardo Magi (+Europa).
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