Ursula von der Leyen lo aveva detto alcuni giorni fa, Raffaele Fitto lo ha scritto nero su bianco: contro la crisi energetica i Paesi membri potranno usare i fondi della Coesione. A dieci giorni dalla missiva di Giorgia Meloni alla presidente della Commissione europea, la prima – pur parziale – risposta dell’Europa è arrivata. In una lettera di tre pagine, indirizzata a tutti e 27, il vicepresidente esecutivo di Palazzo Berlaymont ha certificato il surplus di flessibilità che Bruxelles ha intenzione di dare alle capitali contro i rincari. Non fondi in più, ma riprogrammazione di quelli esistenti. “Usiamo con urgenza tutti gli strumenti disponibili: l’Unione ha le risorse per rispondere e dobbiamo mobilitarle adesso”, ha sottolineato Fitto. Che a scrivere la lettera sia stato il membro italiano della squadra dei commissari è solo un caso. Fitto è titolare del portafoglio della Coesione, il più ricco da quelli a disposizione dell’Ue.
E’ lì, innanzitutto, che la Commissione vuole attingere per dare respiro ai governi alle prese con la crisi dell’energia. Nella missiva Fitto ha individuato tre fondi sui quali puntare: il fondo generale della Coesione, il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), e il Just Transition Fund, creato per aiutare i Paesi in ritardo sulla transizione. “Per accelerare l’utilizzo di queste risorse, gli Stati membri e Regioni possono agire su più fronti: creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessari”, ha spiegato Fitto. In fondo, ha puntualizzato il commissario, è già accaduto con la revisione intermedia delle politiche di coesione. Con quella riprogrammazione di 34,6 miliardi di euro su competitività, difesa, edilizia, acqua ed energia, ha ricordato, “abbiamo dimostrato che è possibile agire con flessibilità e rapidità”. La proposta però non è piaciuta a tutti. Di certo non all’ungherese Kata Tutto. “Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica di investimento in un’aspirina”, è stato il tweet al vetriolo pubblicato dalla presidente del Comitato delle Regioni. “Si chiama flessibilità. L’hanno chiesta le Regioni. Bruxelles ha risposto. Non c’è nessun bancomat. E soprattutto non obblighiamo nessuno”, ha controreplicato Fitto. Ma Kata Tutto potrebbe non essere l’unica a lamentarsi. Italia Viva, non a caso, ha dipinto l’iniziativa come una “beffa”. Frontale l’attacco del M5S: “E pensare che Fitto è nato nel Sud Italia, dove quei fondi, lo sanno anche i muri, sono indispensabili”.
In realtà, un Paese come l’Italia ha avuto sempre problemi nello spendere tutti i fondi della Coesione, e il ciclo 2021-27 non fa eccezione. Ma tutto potrebbe non filare liscio. Un esempio? Parte dei fondi di coesione il governo li ha promessi per la costruzione del Ponte sullo Stretto. A Bruxelles, allo stesso tempo, non si sono fatte illusioni. Difficilmente la lettera ai ministri della Coesione dei 27 azzererà il dibattito sulla necessità di una deroga al Patto di stabilità, o almeno di estendere quella prevista per la difesa all’energia. La lettera di Fitto non sostituisce quella che, nei prossimi giorni, dovrebbe inviare von der Leyen alla premier italiana. Ma serve a delineare il quadro in cui si vuole muovere la Commissione, che continua a non coincidere con quello richiesto da Roma. Il 3 giugno, con la presentazione del pacchetto di primavera del semestre europeo, la Commissione potrebbe entrare nel merito delle istanze poste da Meloni. Già prima, l’Ue accenderà i fari sulla seconda via indicata per affrontare il caro energia: modificare ulteriormente il Pnrr. Von der Leyen, facendo un calcolo a spanne tra risorse della Coesione e quelle del Next Generation, aveva parlato di 95 miliardi, da dividere – in parti non uguali – tra i Paesi membri. L’Italia vuole altro e ha confermato che non chiederà più l’intera somma di 15 miliardi prevista per il programma per la difesa Safe. Ma la mossa rischia di irritare ulteriormente Palazzo Berlaymont e parte dei leader europei.
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