“Dio, patria e famiglia” sono i tre pilastri su cui si basa la visione politica di José Antonio Kast, avvocato cattolico di 59 anni, che con oltre il 58% dei voti riporta il Cile nell’orbita di destra, allineandolo all’Argentina di Javier Milei, e facendone un alleato naturale dell’amministrazione di Donald Trump, che in America Latina persegue una riedizione della dottrina Monroe in contrasto alla Cina. Un leader quello Usa, a cui spesso il fondatore del partito Repubblicano cileno è stato anche accomunato, per gli orientamenti draconiani su sicurezza e immigrazione, e una certa narrativa polarizzante.
Una vittoria celebrata anche dalla premier Giorgia Meloni, che a Kast ha espresso il suo interesse a “cooperare” con “relazioni ancora più forti”, una delle economie più sviluppate dell’America Latina, particolarmente ricca di rame e di litio. Come peraltro si sono congratulati anche il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, mentre il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, si è detto “impaziente di collaborare”. “I primi ringraziamenti vanno alla mia famiglia”, ha dichiarato Kast nei suoi commenti a caldo.
“Voglio ringraziare anche Dio”, ha aggiunto dopo aver evidenziato il sostegno ricevuto dalla moglie, l’avvocato María Pía Adriasola, e ricordato i nove figli, e i numerosi nipoti. “Nulla sarebbe possibile senza Dio”, ha insistito l’esponente di ultra-destra devoto marianista Schoenstatt, che con oltre 7,2 milioni di voti si è aggiudicato il record storico dei suffragi in Cile, ben oltre quello del progressista uscente, Gabriel Boric.
“La mia non è una vittoria personale, né di un qualche partito. Qui ha vinto il Cile, e la speranza di vivere senza paura”, ha indicato Kast, che proprio sul tasto della “paura” e della “percezione di insicurezza”, ha giocato il grosso della sua campagna elettorale promettendo ricette ferree. Ma un secondo fattore chiave del successo del conservatore – secondo gli analisti – è stato anche quello di aver assunto una postura meno radicale rispetto alle due campagne presidenziali precedenti, quando aveva espresso simpatie verso il dittatore Augusto Pinochet, sparando a zero sui diritti civili – dalla pillola all’interruzione di gravidanza.
In questa occasione invece, interrogato sulle tematiche, il presidente eletto che entrerà in carica l’11 marzo, ha preferito glissare: “Non sono priorità”. D’altra parte la sconfitta della candidata unitaria del Frente Amplio progressista, la comunista Jeannette Jara, ha aperto un dibattito interno alla sinistra, mentre la candidatura di Michelle Bachelet per l’Onu appare in bilico. Il risultato delle urne da molti viene vissuto come una bocciatura dell’operato del governo di Boric, con la necessità di trovare un nuovo vertice. Intanto quello che emerge chiaramente è che Kast potrà contare su una buona governabilità: le elezioni legislative del 16 novembre hanno infatti rafforzato i partiti della coalizione conservatrice, consolidando la maggioranza sia alla Camera che al Senato.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
