Lunedì quanto ti odio! Il Blue Monday supera i 20 anni – Società e Diritti – Ansa.it

Lunedì quanto ti odio! Il Blue Monday supera i 20 anni – Società e Diritti – Ansa.it


Il giorno più deprimente dell’anno sembra avere delle coordinate ben precise: si chiama Blue Monday e cade ogni anno il terzo lunedì di gennaio, nel 2026 è il 19 gennaio e ha superato ora i 20 anni visto che l’origine risale a un’idea della compagnia di viaggi Sky Travel, che nel 2005 lanciò una campagna per “convincere” i propri clienti che l’eventuale tristezza provata potesse avere un fondamento scientifico e che per combatterla la scelta migliore sarebbe stata prenotare una bella vacanza. Ma quando? Fu chiesto allo psicologo Cliff Arnall di costruire una formula che individuasse il giorno dell’anno più triste, mescolando variabili arbitrarie come il meteo, i debiti post feste, la motivazione in calo e la sensazione di dover “ripartire”. La formula non è mai stata validata né replicata, e nel tempo anche il suo autore ha ammesso la natura prettamente mediatica dell’operazione

Ci sono però anche altre ragioni che spingerebbero le persone ad essere più tristi a gennaio come la fine del periodo natalizio e il conseguente ritorno al lavoro. O ancora il sentire di avere una forma fisica non impeccabile e una lista di buoni propositi ancora da sfogliare. Se a questo si aggiungono il clima invernale e le giornate più corte, si può capire rapidamente come mai la campagna di marketing abbia avuto successo e trovare anche oggi dei possibili riscontri.
È in questo scenario sospeso che torna puntuale una delle narrazioni pop più riconoscibili di gennaio: il Blue Monday, che nel 2026 supera i vent’anni. Più di vent’anni in cui abbiamo iniziato a “sentire” un giorno triste, proprio da quando ce l’hanno raccontato.

“Il giorno più triste dell’anno” non ha basi scientifiche, ma continua a funzionare. E a farsi sentire. Dietro al Blue Monday non c’è uno studio accademico, né una scoperta neuroscientifica. Eppure, quella narrativa ha retto. E continua a tornare, ogni gennaio, come una sorta di rituale collettivo.

Gennaio non è solo un mood: quando la stagionalità incide davvero sull’umore

Al netto delle trovate pubblicitarie, gennaio è davvero un mese particolare per il nostro equilibrio emotivo. Esiste, infatti, una condizione clinicamente riconosciuta, il disturbo affettivo stagionale, che mostra come per una parte della popolazione il cambio di stagione non sia solo una sensazione passeggera.

Secondo un’analisi globale, circa il 5% della popolazione mondiale soffre di disturbo affettivo stagionale, con sintomi che tendono a comparire nei mesi invernali e a ridursi con il ritorno della luce e della primavera. La prevalenza varia in base alla latitudine e ai criteri diagnostici, ma il dato resta significativo e racconta una vulnerabilità reale spesso sottovalutata.

Questo non significa che sentirsi giù nei mesi più freddi equivalga a una diagnosi, né che il Blue Monday coincida con una depressione clinica. Significa, però, che questo è un periodo dell’anno più delicato dal punto di vista emotivo, in cui corpo e mente sono più sensibili ai cambiamenti.

 

Più di 20 anni di Blue Monday e perché funziona ancora

Il successo del Blue Monday non sta nella sua validità scientifica, ma nella sua forza narrativa. Dal punto di vista della psicologia e del neuromarketing, dare un nome a un’emozione aiuta il cervello a riconoscerla e a renderla condivisibile. Etichettare una sensazione diffusa come “Blue Monday” offre una scorciatoia mentale, una cornice pronta all’uso dentro cui collocare stanchezza, malinconia e senso di rallentamento-

In altre parole, non è il Blue Monday a renderci tristi, ma il fatto che arrivi in un momento in cui siamo già più sensibili. La narrazione funziona perché intercetta un mood collettivo reale e lo rende socialmente legittimo. Dire “oggi è il Blue Monday” significa spesso dire “non sono l’unica persona che si sente così”. Ed è proprio questa condivisione emotiva a renderlo così potente sui media e sui social.

“Il Blue Monday funziona perché offre una narrazione pronta all’uso a un’emozione che molte persone provano davvero in questo periodo dell’anno. Non crea la tristezza, la rende riconoscibile. Dal punto di vista psicologico e comunicativo, dare un nome a uno stato d’animo non solo lo normalizza, ma permette di riconoscerlo e affrontarlo collettivamente. Tuttavia, c’è un rischio nell’utilizzo superficiale di questo concetto: la malinconia non è un trend, è un’esperienza che merita di essere trattata con rispetto, empatia e consapevolezza,” spiega Luna Mascitti, formatrice specializzata in neuromarketing e storytelling e founder di Mio Cugino ADV, agenzia di marketing digitale.

Tra comunicazione e responsabilità emotiva

Nel tempo, il Blue Monday è diventato anche un’occasione commerciale. Brand e aziende lo utilizzano per inserirsi nella conversazione, proponendo messaggi di conforto, ironia o “cura di sé”, in un mese tradizionalmente debole dal punto di vista dei consumi. È una dinamica di emotional marketing che può funzionare se gestita con consapevolezza, ma che rischia di banalizzare emozioni complesse se spinta sul sensazionalismo.

“Da un punto di vista di neuromarketing, il Blue Monday è un esempio perfetto di come una cornice narrativa possa orientare l’attenzione e influenzare la percezione emotiva. Quando un concetto è facile da ricordare, condividere e visualizzare, entra nel sistema cognitivo come una scorciatoia mentale: i brand lo utilizzano perché permette di agganciarsi a uno stato emotivo preesistente e amplificato culturalmente,” conclude Luna Mascitti.

Forse il vero valore del Blue Monday non è quello di definire il giorno più triste dell’anno, ma di ricordarci quanto le emozioni siano influenzate dalle narrazioni collettive. Conoscerne l’origine e i meccanismi ci permette di non subirle passivamente, ma di scegliere come usarle, anche solo per rallentare senza sensi di colpa.

Babbel, ha voluto cogliere l’occasione del Blue Monday del 19 gennaio per stilare una lista di curiosità e termini usati nel mondo per indicare il generale senso di stanchezza e demotivazione che si prova il lunedì.

Perché il blu?

L’utilizzo del colore blu per indicare tristezza risale al XIV secolo, quando lo scrittore inglese Geoffrey Chaucer inserì all’interno del poema The Complaint of Mars il verso “with tears of blue and a wounded heart”, ovvero “con lacrime blu e un cuore tormentato”. Non è noto se quella di Sky Travel sia stata una scelta consapevole, ma anche nel film del 2015 Inside Out il colore blu viene utilizzato per caratterizzare il personaggio che rappresenta la tristezza, consolidandone il ruolo nell’immaginario collettivo. Anche le lingue hanno assimilato tale convenzione: ad esempio, in inglese si dice “feeling blue”, ovvero “sentirsi blu”, mentre in francese l’espressione equivalente è “avoir le blues”, letteralmente “avere i blu”.

Il fratello buono del Blue Monday

Cliff Arnall, lo stesso psicologo che ideò la formula del Blue Monday, pensò anche di individuare il giorno più felice dell’anno. L’Happiest Day of the Year cade sempre nel solstizio d’estate, tra il 21 e il 24 giugno. La formula include sei parametri: il trascorrere del tempo all’aria aperta (O), la natura (N), l’interazione sociale (S), i ricordi d’infanzia delle vacanze estive (Cpm), la temperatura (T) e il desiderio di andare in vacanza (He), arrivando a questo risultato: O+(NxS)+Cpm/T+He.

Il Blue Monday nel mondo

Essendo il lunedì spesso un giorno difficile da affrontare, nel mondo sono molte le espressioni usate per descrivere lo sconforto che si prova durante questo giorno della settimana. In Turchia esiste la “pazartesi sendromu”, ovvero la “sindrome del lunedì”, la stessa che colpisce i lavoratori francesi i quali sono soliti rispondere “Comme un lundi” quando gli viene chiesto come si sentono al rientro dal fine settimana. Analogamente, nei paesi anglosassoni per descrivere il cattivo umore di chi si presenta in ufficio con la luna storta si dice “have a case of the Mondays”, ovvero “avere un problema con il lunedì”. C’è chi inizia a sentirne gli effetti fin dal weekend: dalla fusione di Sunday (domenica) e Monday, in rete è nato Smonday, termine con cui si indica quella malinconia domenicale dovuta all’avvicinarsi della nuova settimana. Un detto molto popolare nelle case automobilistiche tedesche recita invece “montags-auto”, ovvero “auto del lunedì”, così si indicano quei prodotti difettosi le cui imperfezioni sono attribuiti alla carenza di sonno che si prova il lunedì mattina. Infine, in Spagna l’inizio della settimana è il “día de bajón”, vale a dire il “giorno del crollo”, mentre in Portogallo è “el dia cinzento”, il “giorno grigio”.  

Non è come sembra

Curiosamente, ci sono due paesi in cui il termine Blue Monday ha un significato completamente diverso. In Olanda “blauwe maandag” significa “per un breve periodo di tempo” e viene utilizzata per indicare un impegno a cui non si è dato continuità. Anche in Germania “der Blauer Montag” non ha niente a che fare con la tristezza: al contrario, fin dal XIII secolo viene usata per indicare i lunedì in cui non si lavora. Una teoria racconta che l’espressione derivi dalla frase “blau zu sein”, che significa “essere ubriachi”, a sottintendere un assenteismo dovuto alla sbornia. Rimanendo in Germania, anche il sabato si tinge di blu: “Samstags-Blues” è però l’antitesi del Blue Monday e si usa per descrivere la sensazione di inutilità che si prova il sabato senza lavorare.

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