Usa e Iran rilanciano il braccio di ferro sul controllo di Hormuz, mentre scade la tregua di 60 giorni firmata a giugno col memorandum di Islamabad. Il presidente Donald Trump ha annunciato venerdì, a sorpresa, che avrebbe designato lo stretto territorio degli Stati Uniti “molto presto”, con Teheran sconfitta. Mentre lo status dello snodo strategico da dove transita un quinto del petrolio e del gas mondiale resta in una situazione di totale stallo militare e diplomatico. L’Iran ha replicato, a stretto giro, definendo le minacce e gli annunci del presidente statunitense “fuori luogo” e “un’assurdità”. Kazem Gharibabadi, viceministro degli Esteri, ha ironizzato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”, ha aggiunto.
Intanto il comandante dell’esercito di Teheran, Amir Hatami, ha annunciato di aver messo una taglia sui soldati americani definiti “aggressori”, fissando una ricompensa di 30.000 dollari da versare a chiunque ne catturerà o ne ucciderà uno. Una mossa che allontana ancora di più la possibilità della ripresa di un dialogo. Le posizioni in campo del resto vedono Teheran bloccare il passaggio di Hormuz per usarlo come strumento di distruzione dell’economia globale e per fare pressione sugli Usa, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani allo scopo di strangolare l’economia del Paese. Il Parlamento iraniano, inoltre, si appresta a votare un disegno di legge che contiene misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”, oltre a un altro provvedimento sul “contrasto alle ingerenze straniere”. Quest’ultimo, in particolare, prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”. In settimana, invece, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, annuncerà una serie di misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, sufficienti – ha spiegato – a isolare il Paese dal resto del mondo. In questo scenario, lunedì 17 giugno è la darta in cui la fragile tregua di 60 giorni decisa a Islamabad scade.
Un accordo dell’ultimo minuto per prorogarla, sembra improbabile, anche i mediatori ci sperano e ci stanno ancora lavorando. Senza una proroga lo stallo attuale è destinato a lasciare il posto a una fase di totale incertezza. I negoziati sono complicati anche dalle fratture interne allo Stato iraniano, come dimostra il tentativo dell’amministrazione Trump di un contatto stabilito a metà maggio direttamente con il comandante della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Ahmad Vahidi, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Un alto funzionario della Casa Bianca, citato dai media americani, ha descritto la situazione tra i due Paesi come statica. “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”. Mentre la guerra resta fortemente impopolare negli Stati Uniti, dove il presidente e i repubblicani stanno lottando per difendere il controllo del Congresso in vista delle elezioni di midterm di novembre. Diverse testate Usa hanno riferito che Washington è a corto di munizioni, compresi i cruciali intercettori antimissile Patriot. I prezzi della benzina sono oltre i 4 dollari al gallone: una questione di grande rilievo per gli americani.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
