Era la giornata dei distinguo della Lega, che negava a Giorgia Meloni “il mandato di approvare il ReArm Europe” alla vigilia del Consiglio Ue.
All’improvviso è diventata la giornata dell’attacco della premier al Manifesto di Ventotene: “Non so se questa è la vostra Europa ma certamente non è la mia”, alza la voce, scegliendo di chiudere la sua replica alla Camera con una serie di citazioni dal testo scritto nel 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, con il contributo di Eugenio Colorni, confinati dal regime fascista sull’isola pontina.
E in tre minuti l’Aula si infiamma, fra le urla di approvazione della maggioranza e le proteste delle opposizioni: seduta sospesa, e polemiche a valanga, che vanno avanti anche alla ripresa dei lavori, mentre Meloni è in volo per Bruxelles dopo il consueto pranzo al Quirinale, dove non si sarebbe fatto alcun accenno all’episodio.
“Giudicate voi”, scrive sui social prima di lasciare Roma la presidente del Consiglio postando il video dell’intervento, in cui accusa chi ha richiamato il Manifesto di Ventotene in questi giorni, anche nella manifestazione di sabato scorso, di “non averlo mai letto”.
Cita alcuni stralci, appuntati su un foglio preparato dal suo staff a dibattito in corso: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”; “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”; “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente”. Parole con cui, sostengono i meloniani, la leader ha fatto “cadere il Muro di Berlino anche in Italia”.
“Grande rispetto per tutti, la mia Europa è quella di De Gasperi, Adenauer e Schuman”, commenta Tajani lasciando Montecitorio diretto al Quirinale, e poi a fine giornata aggiunge: “Meloni non ha offeso Spinelli, la polemica è fuori luogo”. La Lega Nord di Umberto Bossi era ispirata dal federalismo europeo di Spinelli che, rimarca Molinari, “è stato tradito da questa Europa”. Meloni, raccontano, avrebbe deciso di puntare su questo tema irritata per l’intervento di Giuseppe Provenzano sui disallineamenti del centrodestra dietro la risoluzione in cui il ReArm non è citato. “Davvero – l’affondo del responsabile Esteri Pd – è preoccupata solo dell’unità della sua maggioranza? Ci eravamo fatti un’idea più coraggiosa di lei, siamo in un tempo grave e senza coraggio si affonda”. Nella pausa forzata dei lavori il presidente della Camera Lorenzo Fontana catechizza i capigruppo: “Chi ha combattuto per la nostra libertà merita il nostro plauso”.
Ma la ripresa, mentre Meloni è in volo per Bruxelles, non è più serena. Maria Elena Boschi ricorda quando nel 2016 la leader di FdI criticava “Renzi, Hollande e Merkel” sostenendo che “sull’Europa avevano le idee più chiare nel 1941 i firmatari del manifesto di Ventotene, detenuti in un carcere”.
“Meloni oltraggia la memoria europea nascondendo le divisioni del suo governo”, attacca Elly Schlein. Per Giuseppe Conte la premier è “un’irriconoscente”, perché “se siede al Consiglio europeo è grazie a Spinelli, Rossi… Tutta l’Europa riconosce che quello è stato il progetto fondativo dell’Europa libera e democratica che abbiamo”. È stata “un’operazione spregiudicata”, per Avs. “Una bombetta ideologica lanciata per poi scappare”, sintetizza Riccardo Magi (+Europa). “Che senso ha – si domanda il leader di Azione Carlo Calenda – tutta questa bagarre sul manifesto di Ventotene quando il problema oggi è come tenere a bada Putin?”.
Un cambio di tono improvviso a metà di due giornate, fra Senato e Camera, piuttosto composte. La mattinata a Montecitorio è aperta dai sospetti sulla scarsa presenza di ministri leghisti in Aula (Matteo Salvini è già a Bruxelles) e dalla bordata lanciata da Riccardo Molinari: “La risoluzione parlerà della proposta di Giorgetti all’Ecofin” e “ci aspettiamo che Meloni porti avanti questa posizione al Consiglio Ue”. Tajani replica a stretto giro: “Meloni ha pieno mandato da parte di FI per approvare il progetto di sicurezza di von der Leyen”.
Le divisioni tornano lampanti, nonostante la risoluzione unitaria. Palazzo Chigi e Mef sono preoccupati soprattutto dal potenziale impatto sul debito. “Cerchiamo di rendere questo piano maggiormente sostenibile – ribadisce Meloni -. Ma la posizione del governo mi pare chiara”. La premier parla anche della telefonata Trump-Putin, “un primissimo spiraglio”, delle preoccupazioni per la ripresa delle ostilità a Gaza, e dei dazi, osservando che per una soluzione va tenuto conto anche che “gli Stati Uniti hanno nei nostri confronti un surplus commerciale nei servizi”.
Ma la sua chiusura su Ventotene, più da leader che da presidente del Consiglio,riconoscono anche nella maggioranza, ribalta la giornata. “Ho fatto arrabbiare? Ho letto un testo… non capisco cosa ci sia di offensivo. Un testo si può distribuire ma non leggere? È un simbolo? Non l’ho distorto, l’ho letto. Ma non per quel che il testo diceva 80 anni fa ma perché è stato distribuito sabato scorso. Un testo che 80 anni fa aveva la sua contestualità se tu lo distribuisci oggi devo leggerlo e chiederlo se è quello in cui credi”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, tornando sulle sue parole sul Manifesto di Ventotene, arrivando in albergo a Bruxelles, dove domani prenderà parte al Consiglio europeo.
Il Manifesto di Ventotene
Via libera a risoluzione della maggioranza su Consiglio Ue. L’Ue vara il piano riarmo, summit in salita per l’Italia
Via libera dell’Aula della Camera alla risoluzione della maggioranza sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio Europeo. I sì sono stati 188, i no 125 e 9 gli astenuti.
Il convitato di pietra Donald Trump, il piano di Kaja Kallas che piace sempre meno, l’inizio di un’era del riarmo dai contorni – finanziari e non solo – ancora ben poco definiti. Il summit Ue che si apre giovedì non inizia tra i migliori auspici. Tutto, fuori dal Vecchio continente, avviene troppo velocemente. Iniziative politiche, ipotesi di finanziamento, schemi di acquisto per gli armamenti si stanno sovrapponendo con disordine. E tutti, più o meno, sono osservati dall’Italia con un crescente scetticismo.
Giorgia Meloni è atterrata a Bruxelles dopo aver incendiato i banchi dell’opposizione con le sue parole sul Manifesto di Ventotene. All’Europa Building troverà volti più accoglienti. Del resto, nelle conclusioni del Consiglio europeo, il pacchetto sulla Difesa c’è e avrà il consenso dei 27. Un consenso che, in Commissione, giudicano come un importante primo passo, a prescindere da distinguo sulle armi da acquistare – se made in Europe o anche americane – e dalle risorse a cui attingere. E’ nei dettagli che il tavolo dei 27 rischia di franare. L’Italia, ad esempio, non ha alcuna intenzione al momento di attivare la clausola di salvaguardia nazionale per la difesa. E non è certo la sola. Lo strumento per i prestiti Safe riscuote un successo ancora minore. Dall’altro lato i frugali, sul debito comune per l’acquisto di armi, hanno eretto un muro invalicabile: di eurobond non se ne parla. In vista del bilancio pluriennale e della necessità di ripagare il debito del Recovery sono tutti ancorati al rigore. Con la Germania che, dopo aver tolto il freno al debito, ha aumentato il suo pressing affinché tutti accrescano il contributo alla difesa. E’ in questo quadro che si inserisce la posizione dell’Italia.
Una posizione prudente, a dir poco, sul piano per il riarmo. E scettica, per usare un eufemismo, sul piano di Kallas per aiuti da 40 miliardi a Kiev. Un piano che, con il passare delle ore, assottiglia le sue ambizioni. L’obiettivo, ha spiegato l’Alto Rappresentante, è arrivare ad una proposta da 5 miliardi nelle prossime ore. Il punto, hanno spiegato più fonti europee, è che il piano non sembrerebbe neanche essere stato coordinato con la presidente Ursula von der Leyen. Al momento, manca un ampio consenso e il dibattito su Kiev vedrà, scolpito nella pietra, anche il veto dell’Ungheria. Tanto che il capitolo sull’Ucraina sarà approvato a 26, con una dichiarazione ad hoc del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Un punto, tuttavia, è certo. I vertici Ue vogliono dare all’esterno e all’interno del continente un duplice messaggio: la telefonata tra Trump e Putin può essere un primo passo ma, al tempo stesso, l’Ue resterà “ferma nel sostegno a Kiev”. Perché di Putin l’Ue non si fida. E la corsa al riarmo affonda le sue radici anche in questa convinzione.
Non a caso, a poche ore dal vertice Ue, la Commissione ha presentato il Libro Bianco sulla difesa, che riassorbe in modo organico il piano ReArm Europe, e fornisce maggiori dettagli per la sua messa a terra. Tra gli obiettivi principali c’è la volontà di aumentare la cooperazione tra gli Strati, che sono “invitati a incrementare rapidamente gli acquisti congiunti”, in linea con l’obiettivo “di almeno il 40%” proposto dalla Strategia europea per l’industria della difesa, anche “sotto l’egida dello strumento Safe”. Ovvero quel fondo da 150 miliardi costituito dai prestiti che non piace a tutti. Per accedervi, le capitali dovranno presentare progetti e associarsi tra loro o con almeno un Paese della zona Efta – Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera – più l’Ucraina. Non solo. Per garantire il ‘made in Europe’ vi sono della clausole specifiche: almeno il 65% dei componenti europei per i prodotti non complessi mentre per quelli strategici, come la difesa aerea, si dovrà poter garantire il “pieno controllo nella progettazione”. Insomma, nessun tasto killer che lascia a terra il jet nuovo di zecca. Dal meccanismo – limitatamente ai progetti finanzianti dal Safe – sono esclusi al momento gli Stati Uniti e il Regno Unito. Un punto caro alla Francia. Ma che, certamente, ha visto storcere il naso a leader come Meloni, l’olandese Dick Schoof, o il polacco Donald Tusk.
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