Doppietta geopolitica della Germania, in un momento di grandi tensioni con gli Usa sia sul fronte dei rapporti bilaterali che degli equilibri interni della Nato. Ed è una logica di sistema, perché tutto si tiene. Da un lato l’esigenza di ancorare l’Ucraina all’Unione Europea, sbloccando il complicatissimo dossier del suo ingresso nell’Ue, per forza di cose dal lungo orizzonte temporale, dall’altro reagire alle stilettate di Donald Trump, dopo la crisi innescata dalla guerra in Iran.
E allora. Il cancelliere Friedrich Merz ha formalizzato la sua proposta di un’adesione light di Kiev con la formula di “Paese membro associato”, ma senza diritti di voto, mentre il suo ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha annunciato che il Paese è pronto “ad assumersi le proprie responsabilità di leadership” in ambito Nato. Partiamo da qui.
Nel borgo marino di Helsingborg, in Svezia, i capi della diplomazia alleati discuteranno di sostegno all’Ucraina, della messa a terra dell’aumento delle spese militari, del rafforzamento industriale per il raggiungimento degli obiettivi di capacità nonché di Medio Oriente e della crisi nello stretto di Hormuz. Il segretario di Stato Marco Rubio dovrebbe fornire le prime indicazioni di come gli Usa intendono ridurre il loro impegno nella difesa convenzionale in Europa, attraverso rimodulazioni dei loro contributi al “modulo forze Nato”. Cioè i boots on the ground.
Ed è un tema che sta suscitando grande apprensione tra gli alleati, nei modi (cioè con annunci a sorpresa, come nel caso dei tagli punitivi alle truppe di stanza proprio in Germania) oltre che nella sostanza. Rubio, prima di partire, lo ha ribadito. “Gli Stati Uniti e il presidente sono molto delusi dalla Nato” perché molti Paesi alleati “si sono rifiutati di fare qualsiasi cosa” sull’Iran, nonostante siano d’accordo che Teheran “non possa avere l’arma nucleare”.
Al di là della questione iraniana, dove si spera di arrivare ad una soluzione prima del vertice di Ankara, resta impellente la questione della deterrenza in Europa. Per il premier svedese Ulf Kristersson il disimpegno degli Usa “non è una sorpresa” poiché l’aumento della quota europea di spesa per la difesa è stato deciso proprio per “poter sostituire alcune delle capacità che gli Stati Uniti dispiegano attualmente”. Ma se Washington scende, qualcuno deve salire.
E qui arriva Berlino. “È chiaro: man mano che le capacità europee aumentano, anche i compiti all’interno dell’Alleanza devono cambiare”, ha affermato Wadephul. “L’obiettivo è una nuova ripartizione degli oneri che corrisponda al potenziale economico e militare della Germania e dell’Europa”. Come gestire il ‘travaso’ sarà il compito dei prossimi anni e assumerà senz’altro un carattere storico, perché toccherà i rapporti di forza con Parigi (nell’Ue) e con Londra (nella Nato). Veniamo all’Ucraina.
L’adesione lampo entro il 2027 invocata da Volodymyr Zelensky resta fuori scala per molte capitali e lo si è visto al vertice di Cipro. Lasciare però Kiev in sala d’attesa per anni mentre continua a combattere contro Mosca rischia di essere percepito dal popolo ucraino come un tradimento. Dunque, evidenzia Berlino, è necessaria “una soluzione politica che l’avvicini immediatamente in modo sostanziale all’Ue”. La proposta, contenuta in una lettera inviata ai vertici europei, sarà sul tavolo dei leader Ue il 18 e 19 giugno.
Kiev, in questo schema, potrebbe sedersi alle riunioni dei leader e dei ministri, ma senza diritto di voto; potrebbe indicare un commissario europeo associato, privo di portafoglio e poteri decisionali, e mandare propri rappresentanti all’Eurocamera, anche loro senza voto. Man mano che si proseguirà nel merito, con le riforme, il resto verrà. Zelensky non si era mostrato entusiasta tuttavia Merz ha messo sul tavolo anche anche l’estensione dell’articolo 42.7 del Trattato Ue, la clausola di mutua difesa. E non è poco.
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