Monta la rabbia sulla commissione d’inchiesta per il 7 ottobre – Notizie – Ansa.it

Monta la rabbia sulla commissione d’inchiesta per il 7 ottobre – Notizie – Ansa.it


Il primo passo ora è compiuto. In Israele un comitato di ministri ha approvato una proposta del partito governativo Likud per avviare un’inchiesta sulle circostanze che hanno portato all’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023. Adesso si attende il via libera della Knesset, il Parlamento nazionale, con una votazione preliminare prevista per mercoledì. Ma sono in molti a non credere che sarà lo strumento giusto per far luce in profondità sulle incognite che avvolgono quella strage che costò la vita a circa 1.200 morti, compresi i dubbi su eventuali falle della sicurezza militare. Oltre alle famiglie di diverse di queste vittime, tra le voci critiche c’è anche quella della procuratrice generale Gali Baharav‑Miara, secondo cui il piano proposto “dà priorità alle considerazioni politiche” rispetto ai principi di “indipendenza, imparzialità e professionalità”. Le proteste sono già partite.

“Non permetteremo al governo di indagare su se stesso”, sostiene il Meshanim Kivun (“Cambiare rotta”), gruppo di attivisti facente parte del fronte di chi denuncia che l’organismo incaricato di indagare non sarà indipendente, come da proposta dell’opposizione a suo tempo bocciata dalla Knesset, bensì sotto il controllo del premier Benjamin Netanyahu. “Sarà una commissione bilanciata tra coalizione di governo e opposizione il modo giusto per accertare la verità”, ha sostenuto invece il primo ministro, che, secondo media israeliani, a porte chiuse ha chiesto anche di indagare sugli accordi di Oslo con i palestinesi, da lui spesso criticati. Il Meshanim Kivun lo ha contestato a Gerusalemme, bloccando brevemente l’ingresso al suo ufficio. Tre partecipanti sono stati arrestati. Le polemiche per mosse recenti del governo piovono non solo dal fronte interno.

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Un grido di allarme arriva anche da alcune ong, secondo cui nuove regole di registrazione rischiano di metterle fuori gioco a Gaza e in Cisgiordania a partire dal 1 gennaio. Tra queste c’è Medici senza frontiere (Msf), che ha avvertito come, in tal caso, “gran parte della popolazione di Gaza perderebbe l’accesso alle cure mediche essenziali, all’acqua e all’assistenza di base”. La versione israeliana, scrive Afp, è che la registrazione viene negata solo a ong “coinvolte in terrorismo, antisemitismo, delegittimazione di Israele, negazione dell’Olocausto e negazione dei crimini del 7 ottobre”. Un altro terreno di scontro si è aperto per la decisione del governo di chiudere entro l’1 marzo 2026 la radio militare israeliana, Army Radio, gestita dall’esercito e che trasmette da 75 anni. Netanyahu e i suoi sostengono che l’esistenza di un’emittente di questo tipo costituisca una “anomalia democratica”. I loro critici credono invece che sia un tentativo di “limitare la libertà di stampa”.

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