Che Carlo Cecchi sia una figura sostanzialmente unica nel panorama culturale del secondo Novecento è realtà ormai consegnata alla storia del teatro italiano fin da quando ne divenne esponente di punta del quadro della sperimentazione già alla fine degli anni ’60.
Nato a Firenze il 25 gennaio del 1939, è stato trovato morto oggi alla soglia degli 87 anni, nella sua casa di Campagnano (Roma) dalla cameriera, secondo quanto si apprende da persone che a lui erano vicine. “Una morte inaspettata”, viene detto.
A teatro, attraverso il suo fecondo sodalizio artistico con le opere di Cechov, la sua formazione espressiva che va dalla lezione di Eduardo De Filippo (suo maestro dopo il diploma al’Accademia Silvio d’Amico) alla creazione della compagnia Granteatro nel 1971, Cecchi diviene un punto di riferimento come intellettuale raffinato al servizio del pubblico.
Per questo nelle storie del cinema entra invece in punta di piedi, chiamato da autori lontani dalle produzioni di successo, attraente per una fisicità lontana, quasi immateriale e per una voce baritonale che diventa « colonna sonora » privilegiando il timbro tonale sul protagonismo espressivo. A volte nei suoi film è perfino difficile comprendere le parole per una precisa scelta dell’attore che è sempre stato « autore » di sé stesso.
Sullo schermo Carlo Cecchi debutta nel 1966 con « A Mosca Cieca » di Romano Scavolini che lo dirige una seconda volta due anni dopo in « La prova generale ». Già allora incarna personaggi scomodi, ieratici, quasi astratti che attraversano la realtà come fantasmi. A farlo notare dai produttori sono invece il successivo « La sua giornata di gloria » di Edoardo Bruno e « I dannati della terra » dí Valentino Orsini del 1969. Siamo nel pieno del cinema del ï68 e di una giovane generazione di cineasti che vuole tagliare i ponti col passato, sul modello della Nouvelle Vague francese.
Come una creatura mitologica che riemerge dal mare della memoria, Cecchi riemerge nel cinema nel 1991 incarnando il napoletano Caccioppoli nel film d’esordio di Mario Martone « Morte di un matematico napoletano ». In quel momento tutti si accorgono che l’arte dello schivo attore/regista teatrale offre al cinema italiano dimensioni fino ad allora ignorate. Così accadrà in « La fine è nota » di Cristina Comencini, « La scorta » di Ricky Tognazzi, « L’arcano incantatore » di Pupi Avati.
Sono gli anni ’90, lo chiama anche Bertolucci per « Io ballo da sola » e Cecchi si ritaglia una figura da « grande vecchio » tra storie pubbliche e private che Ferzan Ozpetek trasformerà nel sublime console italiano a Istanbul per la sua opera prima «Il bagno turco » del 1997.
Da allora Carlo Cecchi è andato e venuto tra teatro e cinema in forma rapsodica, incuriosito di volta in volta dalla figura dei suoi registi cinematografici: da Tonino De Bernardi (« Appassionate ») a Emidio Greco (« Milonga »), da Antonello Grimaldi (« Un delitto impossibile») a Antonio Capuano (« Luna rossa ») fino a Valeria Golino che si affida a lui per « Miele » nel 2013. E non è un caso che il suo ultimo ruolo al cinema sia nel « Martin Eden » di Pietro Marcello, un autore che Cecchi considerava suo pari.
Austero, segreto, ironico fino alla satira sferzante in privato, coltissimo amico di Elsa Morante e capace di giocare con la voce è il gesto sia in palcoscenico che nel primo piano cinematografico, Carlo Cecchi attore si è due volte sdoppiato dirigendosi da regista: nel 1991 per « L’uomo, la bestia e la virtù » da Pirandello e cinque anni dopo con « Finale di partita », entrambi per la Rai. Ogni volta però sembrava che si trattasse di amori occasionali, anche quando lavorava all’estero come per il canadese Francois Girard (« Il violino rosso »), restando ancorata al teatro la vera personalità del protagonista. Solo oggi, guardando alla sua eredità, ci appare chiaro quanto Carlo Cecchi abbia firmato alcune svolte cruciali anche del nostro cinema: dalla stagione underground degli anni ï60 alla riscossa del cinema d’autore negli anni ï90 fino alla scoperta di una nuova classe di registi dotati di una visione naturalmente internazionale del racconto.
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