Evitare che la guerra nel Golfo Persico, e il conseguente sconvolgimento sui mercati dell’energia, porti ad un “effetto eclissi” sulla guerra in Ucraina, dando alla Russia la speranza di avere “respiro” dalle sanzioni europee. Questo, secondo l’Eliseo, l’obiettivo della visita a Parigi, la dodicesima dall’inizio del conflitto, del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per il quale la revoca, seppur temporanea, delle sanzioni Usa a Mosca “non favorisce la pace”. Ma la Russia quel “respiro” già lo può tirare, in termini di maggiore entrate dall’export petrolifero, e di un atteggiamento mutato di Washington, che ha allentato le sanzioni. “Gli Stati Uniti stanno di fatto riconoscendo l’ovvio: senza il petrolio russo, il mercato energetico globale non può rimanere stabile”, ha affermato il consigliere presidenziale Kirill Dmitriev, negoziatore con gli Usa per i dossier economici, reduce da nuovi colloqui avuti a Miami con Steve Witkoff e Jared Kushner.
“Nel contesto della crescente crisi energetica, un ulteriore allentamento delle restrizioni sulle fonti energetiche russe appare sempre più inevitabile, nonostante la resistenza di alcuni membri della burocrazia di Bruxelles”, ha aggiunto Dmitriev, commentando la decisione di Donald Trump di permettere la vendita del greggio già imbarcato sulle petroliere russe, stimato in 100 milioni di barili. Vale a dire l’intera produzione mondiale di un giorno. “Senza i significativi volumi del petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”, ha rincarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, proprio mentre Zelensky varcava la soglia dell’Eliseo. “Il contesto di aumento dei prezzi delle quotazioni del petrolio non deve in nessun caso portarci a rivedere la nostra politica di sanzioni nei confronti della Russia”, sono state le parole con cui Macron ha cercato di rassicurare l’ospite. Coloro che, in particolare, “al Cremlino’ pensano che la guerra in Iran apra per loro una finestra di opportunità (…) si sbagliano”, hanno affermato fonti presidenziali francesi. Affermazioni che non sembrano sufficienti a rincuorare il leader ucraino, di fronte alla decisione di Trump di allentare la morsa sul greggio russo. “Penso che la revoca, anche temporanea, delle sanzioni rafforzerebbe la posizione della Russia”, ha avvertito Zelensky, dicendosi convinto che un allentamento parziale delle restrizioni Usa potrebbe consentire alla Russia di guadagnare 10 miliardi di dollari da usare per finanziare la guerra. Per giunta, Trump ha avuto parole non troppo tenere nei confronti di Zelensky, respingendo l’offerta, di cui tanto si è parlato in questi giorni, di aiutare gli Stati Uniti a difendersi dai droni iraniani.
“No, non abbiamo bisogno del loro aiuto per difenderci”, ha dichiarato a Fox News il presidente, che poi ha evitato polemiche con il suo omologo russo Vladimir Putin sui presunti aiuti forniti a Teheran. “Credo che li stia aiutando un pochino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?”, ha chiosato il capo della Casa Bianca. Anche prima della decisione di Trump sul greggio russo, comunque, alcuni osservatori indicavano già in Mosca uno dei “vincitori” della terza guerra del Golfo, con l’insperata impennata nelle entrate dall’export di energia, dovuta sia all’incremento dei prezzi del greggio e del gas, sia all’aumento della domanda da Cina, India e altri Paesi che hanno bisogno di approvvigionarsi attraverso corridoi alternativi rispetto alle rischiose acque del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz. Media di Bangkok hanno detto che negli ultimi giorni anche la Thailandia ha avviato trattative con Mosca per assicurarsi forniture sicure. Secondo fonti citate dal Financial Times, Mosca sta già incassando 150 milioni di dollari in più al giorno grazie alle vendite di petrolio. Nessuno può prevedere quanto durerà questa tendenza, ma il conflitto scatenato dagli Usa e Israele si è trasformato in una improvvisa boccata d’ossigeno per le casse russe, che nei mesi di gennaio e febbraio avevano registrato un crollo di quasi il 50% dalle entrate dall’export energetico rispetto a un anno prima. Al punto che, secondo il quotidiano economico Vedomosti, il ministero delle Finanze aveva già messo in cantiere tagli alle spese statali di oltre il 10% per contenere un deficit che nei primi due mesi dell’anno aveva toccato i 3.449 miliardi di rubli (38,3 miliardi di euro), pari all’1,5% del Pil.
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