Non ci sono “ragioni per uno slittamento, se ci saranno ricorsi vedremo”. Suona più o meno così l’introduzione di Giorgia Meloni al Consiglio dei ministri convocato a sorpresa di sabato mattina per risolvere subito il problema aperto dalla delibera dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, che ha accolto il ricorso del comitato di 15 giuristi. Si precisa il quesito quindi, aggiungendo come indicato dalla suprema Corte, gli articoli della Costituzione toccati dalla riforma della Giustizia che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Ma la data, non ci sono dubbi, non si tocca, quindi si voterà il 22 e 23 marzo come già stabilito.
Le circa 40 pagine dell’ordinanza erano state condivise già la sera prima tra i ministri ma la convocazione trova molti lontani da Roma. Ci si collega dalle prefetture (Tommaso Foti da Piacenza, Luca Ciriani da Pordenone, Adolfo Urso da Bolzano). A Milano, dove si sono appena aperte le Olimpiadi invernali, si ritrovano in cinque (Matteo Piantedosi, Elisabetta Casellati, Alessandro Giuli, Daniela Santanché e Carlo Nordio). Facce scure, il governo non se l’aspettava. La Cassazione, uno dei ragionamenti che sarebbero stati fatti nel corso della riunione, aveva già approvato il quesito presentato con la raccolta firme parlamentari e non aveva ravvisato l’esigenza di esplicitare i riferimenti costituzionali che potevano cambiare. Oggi invece diventa “indispensabile”. Intervengono in diversi, piuttosto seccati. Nordio, come Alfredo Mantovano, spiega che la correzione è una mera “precisazione” che non incide sulla “sostanza” del referendum. Quindi la data non cambia. Si ritocca il quesito e si va avanti.
E mentre nelle chiuse stanze del Cdm ci si interroga sull’opportunità della partecipazione al voto di alcuni giudici (“nessuno ha sentito l’esigenza di astenersi”, uno dei commenti) fuori a esprimere ad alta voce gli stessi dubbi – dando il là a uno scontro piuttosto violento – è il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami, peraltro non nuovo a prese di posizione particolarmente dure, seguite da altrettante polemiche. La decisione arriva da magistrati “ex Pd” o schierati “per il NO al referendum”, scandisce Bignami puntando il dito contro l’ex deputata e presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti e Alfredo Guardiano, che si difende parlando di accuse “gravi e infondate”. La stessa critica gli viene espressa, peraltro, anche dal presidente dell’Unione Camere Penali (e del comitato Camere penali per il sì) Francesco Petrelli.
Così mentre il Consiglio dei ministri delibera il nuovo quesito – che Sergio Mattarella firmerà di lì a poco, definendo la decisione “giuridicamente ineccepibile” ma invitando al contempo a “rispettare” la Cassazione – fuori è un diluvio di dichiarazioni contro i giudici della Suprema corte, da parte del centrodestra, a difesa degli stessi giudici da parte di Anm e Cassazione, contro il governo e a difesa dell’indipendenza delle toghe da parte soprattutto del Pd. Le decisioni dell’esecutivo mostrano “la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa”, va all’attacco la responsabile Dem della giustizia, Debora Serracchiani, parlando di “prepotenza e mancanza di rispetto delle istituzioni”. E mentre Maurizio Gasparri annuncia una interrogazione per chiedere un’ispezione su Guardiano, sono le parole di Bignami, “prepotente”, “vergognoso”, che “amava vestirsi da gerarca fascista”, i commenti ricorrenti, a sollevare le critiche più aspre. Per i dem così si mostra “il vero volto della maggioranza che vuole delegittimare la magistratura ogni volta che non si piega”. Quindi, sintetizza da Avs Angelo Bonelli, visto che sono loro che hanno “voluto politicizzare il referendum”, ancora di più bisogna andare a votare “no” per dare “l’avviso di sfratto alla maggioranza”.
Opposta la tesi del centrodestra, che vede invece nella delibera l’ennesima decisione “politica” per ostacolare il governo e invita proprio per questo a votare “sì” proprio per “ridare terzietà alla magistratura”.
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