Nel mondo fragile e unico di Jeff Buckley, oltre la leggenda – People – Ansa.it

Nel mondo fragile e unico di Jeff Buckley, oltre la leggenda – People – Ansa.it


Una storia sull’amore e sul desiderio di essere amati, una storia di fragilità e insicurezze, di immenso talento, una storia familiare con un’ombra paterna così ingombrante da esserne schiacciati per la vita, ma soprattutto la storia di una delle voci più belle e uniche della storia del rock. Parliamo di Jeff Buckley, l’anima candida e dolcissima che ha segnato una generazione e che resta leggenda a 60 anni dalla nascita (17 novembre 1966) e a quasi 30 anni dalla morte (29 maggio 1997). Amy Berg, che già su Janis Joplin aveva fatto la stessa operazione, ossia quella di restituire la persona oltre la fama immortale (nomination , prova a svelare il mistero Jeff Buckley riuscendo a far parlare per la prima volta la madre Mary Guibert cui era legato in modo viscerale e che è custode della sua eredità artistica, le compagne Rebecca Moore, Joan Wasser, i musicisti Ben Harper, Michael Tighe, Parker Kindred rivelando con immagini inedite, oltre quelle dei concerti e dello storico tour americano, e audio preziosi, il suo privato nel contesto culturale della New York degli anni Ottanta e Novanta dove il talento naturale dell’artista che aveva cominciato lavando i piatti nel bar Sin-e dell’Lower East Side fiorì.

   

‘It’s Never Over, Jeff Buckley’, coprodotto da Brad Pitt, standing ovation al Sundance festival, passato alla Festa di Roma, arriva con Nexos Studios come evento al cinema il 16, 17 e 18 marzo pronto a soddisfare la folla di appassionati ansiosi di riannodare il legame con questo artista carismatico suo malgrado. E il primo giorno di uscita è risultato al primo posto negli incassi.
    La parola più abusata, leggenda, quando si tratta di Jeff Buckley è davvero difficile da evitare: come definire altrimenti quell’album di esordio, Grace, rimasto poi il suo unico che ha segnato un’epoca ed è considerato tra i migliori album di tutti i tempi? E quelle cover che tanto amava, prima fra tutte Hallelujah di Leonard Cohen ascoltando la quale è impossibile non provare brividi.
    Jeff Buckley e quella voce meravigliosa, acrobatica, estesa a quattro ottave, baritono, tenore e falsetto insieme, capace di essere femminile e maschile, soul e rock, con dentro tristezza e energia, potente e intimista. Jeff strappa il cuore e continua a farlo in questo documentario commovente da vedere e rivedere per provare a saperne sempre un po’ di più di questo ragazzo che conobbe tardi il padre, e che padre: Tim Buckley, leggenda su leggenda, amandolo e respingendolo al tempo stesso, questo musicista che rischiò di non esibirsi perchè la madre fumava l’erba con le amiche nel parcheggio antistante attirando gli strali della polizia di Los Angeles, questo giovane che viveva di musica e per la musica, vorace al punto da arrampicarsi sull’impalcatura del palco del concerto dei Led Zeppelin per respirare la loro energia, quel musicista in cui dentro convivevano Nina Simone, Zeppelin, Nusrat Fateh Ali Khan, Edit Piaf, Soundgarden per lui tutti miti che divennero i suoi primi fan.
Che storia quella di Jeff Buckley, per molti versi simile a tanti miti fragili della musica, in lotta con quello che gli altri si aspettavano da lui a cominciare dalla casa discografica. Morì prematuramente il 29 maggio 1997 a Memphis dove si era ‘ritirato’ per fuggire la pressione dei media, riposare da un tour epocale e preparare il secondo album in una modesta villetta coloniale affittata, leggenda vuole immergendosi nelle onde melmose del Wolf River sulle note di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, annegato, con in corpo nessuna droga ma una birretta dopo aver lasciato messaggi di amore e orgoglio alla madre Mary che lo ebbe da Tom a 17 anni crescendolo da sola, bannata dalla famiglia, alla dolce Rebecca e a Joan che ancora oggi non riesce a parlare di lui senza scoppiare a piangere.
Nel docufilm di Amy Berg costato anni e anni di indagini, archivio, interviste con l’obiettivo di restituire una persona particolare, Jeff dice “la musica era mia madre, era mio padre” ma passò la vita a evitare il fantasma di Tim, anima inquieta di cui aveva ereditato la voce, morto a 28 anni per il solito mix alcol e droghe che negli anni ’70 portò via musicisti fenomenali. La paura di Jeff di perdere la libertà artistica e la pressione che sentiva su di lui suonano oggi, che la parola fragilità non è più un tabù, di enorme attualità. Restano quella voce pazzesca, quell’album Grace mitologico e ora con il doc di Berg anche l’emozione di essere entrati un po’ di più nella sua vita.
   

Quella comunità del Sin-e dove Jeff fu se stesso

All’inizio degli anni ‘90, nel piccolo bar del Lower East Side di New York “Sin-é”, il ragazzo Jeff Buckley tenne esibizioni destinate a diventare rapidamente leggendarie in tutta New York. Quei set intimi, ricchi di cover e primi brani originali, fecero conoscere al pubblico una voce unica nel suo genere.
Lui si sentì amato e fu se stesso.
Pubblicato originariamente nel 1993 come EP di 4 tracce, “Live at Sin-é” rinasce per Sony Music in una nuova edizione deluxe ampliata a 34 brani, disponibile in un cofanetto da 4 LP con copertine dal design personalizzato e in una versione su 2 CD. Entrambe le edizioni includono un libretto a colori di 8 pagine con foto e note di copertina, oltre alle versioni live di “Grace”, “Last Goodbye”, “Hallelujah” di Leonard Cohen e altri brani.
Sin-é ( ʃɪˈn eɪ / ; dall’espressione irlandese sin é che significa “è tutto” contribuì a lanciare le carriere di diversi musicisti noti nei primi anni ’90, fu aperto al 122 di St. Mark’s Place nell’East Village di Manhattan dall’immigrato irlandese Shane Doyle nel 1989. Era una caffetteria aperta a letture di poesie e sessioni acustiche in un’atmosfera spontanea e creativa. Tra i clienti c’erano scrittori emergenti, fotografi, artisti, designer e musicisti. Era frequentato da  Allen Ginsberg , Marianne Faithfull , Sinéad O’Connor , October Project , Shane MacGowan , Hothouse Flowers , i Waterboys , Susan McKeown , Star Drooker e la band Native Tongues . Il palco era un’area in cui i tavoli venivano spostati contro un muro. L’atmosfera informale e il pubblico abituale furono determinanti nella creazione di una fertile scena musicale che prosperò fino alla chiusura del Sin-é nel 1996.

Nel 2000, Doyle aprì una versione del Sin-é da 380 posti sulla North Eighth Street, appena fuori Bedford Avenue a Williamsburg, Brooklyn . A causa di problemi con la città e lamentele da parte dei residenti nelle vicinanze, il club chiuse dopo solo pochi mesi. Aperto nel 2001 e situato al 150 di Attorney Street, all’angolo di Stanton Street nel Lower East Side di Manhattan, l’ultimo Sin-é è sopravvissuto fino al 2007 quando chiuse a causa della gentrificazione della zona.

 

 

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