Irritazione e necessità di chiudere il caso, lasciando che sulla polemica si spengano i riflettori. Questi i sentimenti che trapelano ai piani alti dell’esecutivo e nella maggioranza dopo la bufera sulle frasi di Giusi Bartolozzi. In una diretta televisiva, la capo di Gabinetto del ministero della Giustizia aveva invitato a votare sì al referendum “per toglierci di mezzo la magistratura”, definendo i giudici “plotoni di esecuzione”.
Un’uscita che non è piaciuta alla premier Giorgia Meloni, fortemente contrariata. Bartolozzi “deve tenere a freno la lingua”, è una delle considerazioni che si fanno all’interno del governo. Parole di biasimo arrivano anche dai responsabili della campagna referendaria di Lega e Forza Italia, sia a microfoni spenti che accesi. Ed è lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a qualificare come “infelice” la frase di Bartolozzi. Decisioni drastiche, però, non sono sul tavolo, e lo stesso Guardasigilli Carlo Nordio chiarisce che la sua capo di gabinetto “non deve dimettersi”. Ma sulla gestione della vicenda è alta tensione nell’esecutivo. A metà giornata, fonti di governo sottolineano che il caso “verrà gestito internamente” e che da parte della diretta interessata non sono in programma scuse pubbliche. È proprio sulla ‘marcia indietro’, però, che va in scena il braccio di ferro. Da un lato, ai piani alti del governo sarebbe stato visto di buon occhio un gesto più distensivo, magari con delle scuse pubbliche. Dall’altro, Bartolozzi resiste nel suo fortino, anche se accerchiata, lasciando un canale di comunicazione aperto con il suo ministro. Dopo ore di fibrillazioni, arriva solo una precisazione. Bartolozzi parla di “lettura fuorviante” e puntualizza che quel ‘plotoni di esecuzione’ “alludeva allo stato di assoluta prostrazione quando a trovarsi al centro dell’azione giudiziaria è qualcuno che sa di non aver commesso nulla di male”. “Non ho mai attaccato la magistratura che anzi ho difeso anche a costo di scelte personali e politiche estremamente gravose”, aggiunge con un riferimento velato al caso Almasri. Nordio resta tuttavia convinto che le scuse arriveranno e non molla il pressing, mentre le opposizioni vanno all’attacco. Chiedono che il Guardasigilli riferisca alle Camere e continuano a invocare le dimissioni della sua capo di Gabinetto. Pd, M5S, Avs e Iv in Aula lanciano un messaggio univoco: “Bartolozzi non può restare un secondo di più”. Richiesta alla quale si uniscono anche +Europa e Azione. Mentre c’è chi, come Angelo Bonelli e Matteo Renzi, solleva qualche dubbio. “Come mai Bartolozzi non si dimette? Cosa c’è sotto?”, si chiede il leader di Iv. “Cosa nasconde Nordio? È libero di assumere decisioni senza condizionamenti della sua capo di gabinetto?”, è la domanda del leader di Avs. Dalle parti di FdI – dove pure non si nasconde il fastidio per “l’oscuramento della discesa in campo della premier sul referendum” – il tentativo è comunque quello di minimizzare la vicenda e blindare, almeno per ora, la capo di Gabinetto. “Il caso è stato già chiuso da Nordio, la vicenda è stata ingigantita”, taglia corto il responsabile Organizzazione del partito Giovanni Donzelli. E mentre sono in azione i pompieri, anche da Palazzo Chigi si cerca di buttare acqua sul fuoco. “Andare sul merito della riforma non sul contorno di polemiche”, è l’invito di Mantovano. Che il 19 marzo sarà all’evento romano di FdI insieme ad Arianna Meloni. La premier Meloni – che non esclude un videomessaggio per il 19 – sarà in presenza all’evento milanese del 12 insieme a Nordio, mentre non si prevedono appuntamenti comuni con gli altri leader di centrodestra. Intanto, per lo sprint di FdI, si fa largo la suggestione di ‘Per sempre sì’ di Sal Da Vinci come jingle, con voci su un possibile contatto tra la premier e il cantante. Dai meloniani, né conferme né smentite. “È un sostenitore del nostro mondo, ci hanno provato in tanti a sentirlo”, il commento a taccuini chiusi.
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