(di Agnese Ferrara) LUISA MERLONI, ‘PICCOLO MANUALE DI COMICITA’ FEMMINISTA’ (Einaudi, pp.160, euro 16,50).
Che le donne amino ridere si sa da sempre, che sappiano fare ridere, e molto, è un tabù infranto di recente. Ad eccezione di alcune attrici maestre di ironia, in primis Franca Valeri e Monica Vitti, in passato la comicità femminile si consumava soprattutto privatamente. Da qualche anno è esplosa soprattutto grazie alla stand-up comedy, con sempre più numerose esponenti femminili che salgono alla ribalta anche in Italia per far sentire la propria voce in un mondo finora dominato dagli uomini. Analizza la comicità moderna al femminile e femminista l’attrice ed autrice Luisa Merloni in ‘Piccolo manuale di comicità femminista’ , in libreria in questi giorni per Einaudi.
L’esuberante vademecum mostra come funziona la comicità e come usarla per fare una piccola rivoluzione tracciando un’idea più aperta e femminista della società. Merloni sostiene infatti che non basti essere ammesse in un sistema di regole della comicità stabilito da altri e che sia giunta l’ora di cambiarle.
Inoltre anche che le battute più taglienti oggi debbano fare i conti con i cambiamenti della società per far ridere e non risultare superate e fuori sincrono. Insomma, se il politicamente corretto non fa ridere, sottolinea Merloni, si può colpire con grandi risate interrogandosi prima su chi si prende di mira e sulle diverse sensibilità confrontandosi anche con le critiche.
“Per acquisire questa consapevolezza – spiega l’autrice all’ANSA, – i testi della tradizione femminista si rivelano uno strumento imprescindibile ma prima si deve superare lo stesso stereotipo della femminista. Si possono raggiungere invece vette altissime di umorismo e risate sublimi perché c’è ancora molto altro da poter raccontare sulle donne e sul femminismo, temi direi quasi vergini e perciò pieni di idee, battute, aneddoti spassosi e riflessioni. Le nuove generazioni di comiche, autrici, lo sanno e cavalcano con successo i meccanismi della stand-up comedy più moderna, mi riferisco ad esempio a Michela Giraud o a Martina Catuzzi”.
Come far ridere? E’ tutto lecito o si devono fare i conti con i tempi e le persone che si prendono di mira? “Non esiste la dittatura del politicamente corretto, le risate aiutano a diventare coscienti, svegliano e arrivano come una sferzata, ridere ci porta ad una nuova visione. A me diverte puntare al femminismo perché ho in me anche la visione femminile perciò colpisco anche le mie debolezze ed i miei irrigidimenti. Il linguaggio deve tenere conto del momento, siamo di fronte ad un cambiamento profondo con le nuove generazioni che non ridono più delle battute classiche sulle donne o sugli uomini. Facendo ridere le persone posso veicolare il messaggio che voglio, posso colpire dritto ma non tenere conto del contesto in cui ci si muove equivarrebbe a non saper ascoltare davvero. La comicità provoca e mette in discussione l’esistente ma deve tenere conto di noi stessi, dobbiamo chiederci ‘dove sono?’ Quali difficoltà possono avere le altre persone che magari sono in una situazione di svantaggio con le mie battute? Ci sono infinte altre possibilità di dire le cose con più consapevolezza dei tempi e delle persone”.
Il dibattito è in corso e i luoghi comuni sulle donne sono spesso al centro di battute da parte dei comici uomini. Cosa ne pensa del ‘caso Pucci’ al festival di Sanremo? “Ci si deve confrontare con le critiche. Chissà, lui avrebbe invece potuto accettare per dire davvero la sua. Questo genere di comicità ha successo ed ha un suo pubblico ma va anche detto che giocare su vecchi luoghi comuni verso le donne è un po’ superato. Bisogna anche considerare che l’età del pubblico del festival di San Remo si è abbassata ultimamente e che la sensibilità delle persone stia cambiando”.
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