Le minacce sono state costanti, ma questa volta lo strappo si è consumato. Junts per Catalunya, il partito di Carles Puigdemont, ha deciso di porre fine alla sua alleanza con il governo di Pedro Sánchez. La riunione di Perpignan, in Francia, ha segnato una rottura ufficiale tra gli indipendentisti catalani e i socialisti, dopo mesi di tensioni legate a promesse, secondo Puigdemont, mai mantenute.
A metà legislatura “Junts ha deciso di rompere il suo sostegno ed esercitare l’opposizione”, ha confermato l’ex presidente catalano, argomentando con un lungo cahier de doleances sulla mancata attuazione di punti cruciali dell’accordo, che due anni fa rese possibile l’investitura a premier di Sanchez. La decisione sarà ratificata mercoledì e giovedì in un referendum tra i militanti. Ma il voto unanime della direzione lascia poco spazio a sorprese.
“Il governo spagnolo non potrà ricorrere alla maggioranza, non avrà legge di bilancio, non avrà possibilità di governare”, ha incalzato il leader di Junts, nel rivendicare, a otto anni esatti di distanza, il referendum secessionista e la dichiarazione di indipendenza (poi sospesa nel 2017), che erano stati fatti “constatare” nell’intesa siglata due anni fa con il Psoe a Bruxelles. Fra le mancanze che hanno portato alla rottura, l’ufficializzazione del catalano in Europa, il trasferimento delle competenze alla Catalogna in materia di immigrazione e, soprattutto, l’amnistia per Puigdemont, ancora sotto ordine di arresto in Spagna, come hanno confermato all’ANSA fonti di Junts.
Il ritiro del sostegno da parte dei 7 deputati della forza catalanista è una seria minaccia per il governo di Sánchez, che tuttavia già da mesi è alle prese con un Parlamento sempre più diviso e il voto spesso all’opposizione di Junts, in linea con il conservatore Partido Popular e l’estrema destra Vox su leggi decisive. Con la maggioranza che vacilla, la coalizione Psoe-Sumar rischia la tenuta a metà del terzo mandato di Sanchez, particolarmente spinoso. Anche se il premier ha più volte reiterato la sua determinazione ad arrivare alla fine naturale della legislatura, nel 2027. Con o senza legge di bilancio 2026, al terzo esercizio provvisorio dall’ultima approvata nel 2023. E la parola d’ordine resta l’appello alla “calma e alle “mani tese” da parte di un esecutivo che “onora i suoi impegni” e “rispetta i processi” delle altre forze politiche.
Puigdemont ha scelto di sfilarsi nel momento in cui il suo partito è assediato dall’ascesa della formazione indipendentista ultranazionalista Aliança Catalana. E rischia l’eclissi, oscurato dal ritorno alla “normalità istituzionale” in Catalogna, dopo 14 anni di esecutivi a guida indipendentista, personificato dal governatore socialista Salvador Illa in tandem con Pedro Sanchez.
Le voci di dentro in Junts, l’ex Convergenza democristiana, ricordano che l’alleanza con l’esecutivo progressista non è mai stata organica tra forze ideologicamente distanti, come il partito di Puigdemont ha dimostrato votando, ad esempio, contro le riduzione della giornata lavorativa. E schierandosi contro quella della giustizia, che senza i 7 voti di Junts è destinata a naufragare al Congresso. Nonostante ciò, Puigdemont non ha intenzione di lanciarsi in una sfida suicida, per cui evita qualsiasi possibile alleanza con l’opposizione di destra, rappresentata dal Partido Popular e da Vox.
La prospettiva di un esecutivo guidato dalle forze conservatrici non sarebbe solo una catastrofe politica per i progressisti, che si vedrebbero costretti a fare un passo indietro, con una crescita economia modello in Europa e dopo anni di lotte e di equilibrismi con i partiti nazionalisti baschi e catalani per mantenere la Spagna sulla rotta della moderazione e del riformismo. Ma sarebbe una sciagura anche per Junts e lo stesso Puigdemont, che vedrebbero materializzarsi il cosiddetto governo dell’articolo 155 della Costituzione: quello a guida dei popolari, che nel 2017 commissariò la regione dopo lo strappo secessionista.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
