Bombe statunitensi su 35 obiettivi dell’Isis mentre ad Aleppo c’è la resa dei curdi rispetto ai governativi. Almeno per il momento. In Siria per un fronte che sembra raffreddarsi ce n’è un altro che si riaccende all’improvviso: dopo giorni di scontri, i curdi delle forze democratiche siriane (Sdf) hanno desistito dalla resistenza armata in alcuni quartieri della seconda città del Paese, lasciandone il controllo ai soldati del governo nazionale di Ahmad Sharaa. In altre aree Washington intanto è tornata a battere il pugno sul tavolo contro lo Stato Islamico.
I raid “su larga scala” condotti nel weekend dagli Usa, con il sostegno della Giordania, sono parte della strategia di “impegno continuo a sradicare il terrorismo islamico” nella regione, secondo un comunicato del Comando centrale statunitense (Centcom). L’azione, aggiunge la nota, complementa quella lanciata lo scorso 19 dicembre come rappresaglia per l’uccisione di tre statunitensi da parte dell’Isis a Palmira. Allora gli obiettivi colpiti dagli Usa erano stati oltre 70. In questo caso sono invece stati la metà. “Il nostro messaggio resta forte: se fate del male ai nostri militari, vi troveremo e vi uccideremo ovunque nel mondo”, dice il comunicato del Centcom, con toni simili a quelli usati dal presidente Donald Trump a dicembre, secondo cui chiunque attacchi o minacci gli Stati Uniti “sarà colpito più duramente che mai”.
Gli ultimi attacchi riaccendono i riflettori sull’Isis in Siria come già avvenuto su input di potenze occidentali almeno un’altra volta nel recentissimo passato: lo scorso 3 gennaio erano state Londra e Parigi ad attaccare un obiettivo attribuito allo Stato Islamico. Nonostante la sua sconfitta da parte di una coalizione internazionale nel 2019, dopo aver occupato vasti territori, nel Paese restano infatti presenti e attive cellule di suoi combattenti: un fatto che evidentemente continua a preoccupare gli Usa e i suoi alleati.
Ad Aleppo, intanto, le forze governative hanno evacuato oltre 400 combattenti curdi dal quartiere Sheikh Maqsud, ultimo bastione da cui le Sfd tenevano in piedi, prima di arrendersi, la resistenza in città alle pressioni militari per favorire il piano che prevede la loro integrazione nelle istituzioni nazionali sotto la guida di Shaara. Dopo che gli scontri dei giorni scorsi avevano causato, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, almeno 105 morti tra civili e combattenti, altri 300 curdi sono stati arrestati, mentre una parte dei 150.000 cittadini sfollati è potuta tornare a casa. Non è ancora però chiaro se questo apparente ritorno alla calma sia destinato durare: dalle zone del nord-est della Siria in cui le Sfd si sono ripiegate, riporta l’Afp, si levano già promesse di “vendetta” per i fatti di Aleppo e slogan contro Sharaa e la sua sostenitrice Ankara.
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