“Due funzionari europei hanno affermato che un intervento militare statunitense” in Iran “appare probabile” e per uno dei due “potrebbe avvenire nelle prossime 24 ore”: lo scrive l’agenzia di stampa Reuters sul suo sito. “Anche un funzionario israeliano – scrive sempre la Reuters – ha affermato che Trump sembra aver preso la decisione di intervenire, sebbene la portata e i tempi non siano ancora stati chiariti”.
L’Iran ha avvertito i paesi vicini che colpirà le basi statunitensi come rappresaglia per eventuali attacchi da parte di Washington. Lo riporta Reuters online citando funzionari iraniani. Teheran, spiega la fonte, ha comunicato ai paesi della regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti fino alla Turchia, che le basi statunitensi in quei paesi saranno attaccate se gli Stati Uniti prenderanno di mira l’Iran chiedendo a questi paesi di impedire a Washington di attaccare l’Iran.
E gli Stati Uniti stanno ritirando parte del personale da alcune basi chiave in Medio Oriente a titolo precauzionale a causa dell’aumento delle tensioni nell’area. Lo afferma un funzionario dell’amministrazione americana con Reuters. Lo spostamento segue la minaccia iraniana di colpire basi americane nella regione in caso di un attacco di Washington.
L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in cui accusa Stati Uniti e Israele di avere una “responsabilità legale diretta e innegabile” per la morte di civili innocenti, in particolare giovani. Nella missiva, Iravani sostiene che la politica statunitense nei confronti dell’Iran sarebbe orientata a un cambio di regime attraverso sanzioni, minacce e disordini orchestrati, utilizzati come pretesto per un possibile intervento militare. Il contenuto della lettera è stato rilanciato dalla missione iraniana presso le Nazioni Unite sul social X.
Intanto l’agenzia di stampa Fars, affiliata allo Stato iraniano, ripresa da Cnn, afferma che è probabile che Internet rimanga disconnesso per le “prossime una o due settimane”. L’Iran è al sesto giorno di blackout nazionale di Internet, imposto dal regime per reprimere le proteste di massa antigovernative, anche se ieri alcuni utenti di telefoni fissi e cellulari sono riusciti per la prima volta a chiamare all’estero.
Nella giornata di ieri il governo di Teheran ha consentito alcune telefonate verso l’estero e i media statali hanno diffuso elenchi di siti web ai quali è consentito l’accesso.
L’organizzazione per i diritti umani Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver verificato la morte di 2.571 persone dall’inizio delle proteste in Iran. Secondo quanto riportato da Reuters, tra le vittime ci sarebbero 2.403 manifestanti, 147 persone affiliate al governo, 12 minori di 18 anni e nove civili non coinvolti nelle manifestazioni.
Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha promesso processi rapidi per le persone arrestate durante le proteste. Lo ha riferito la televisione di Stato iraniana, citata dai media internazionali. Durante una visita a un carcere che ospita manifestanti detenuti, Ejei ha affermato che in presenza di reati gravi occorre agire rapidamente, aggiungendo che i processi dovrebbero svolgersi in pubblico. Le sue dichiarazioni sono state riportate anche dalle agenzie di stampa iraniane.
Sul piano internazionale, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha criticato l’Unione europea per l’attenzione riservata alla situazione in Iran, invitando i funzionari europei a concentrarsi invece sulla Groenlandia. Intervenendo a radio Sputnik, Zakharova ha sostenuto che l’Iran sarebbe diventato un pretesto per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica europea da altre questioni, tra cui quella della Groenlandia. In un altro passaggio, citato dall’agenzia Tass, la portavoce ha accusato l’Ue di sostenere apertamente le azioni antigovernative in Iran, definendole un tentativo di ribellione, mentre allo stesso tempo impone sanzioni e invoca il rispetto delle libertà di associazione e di riunione.
Secondo un rapporto diffuso oggi dall’organizzazione Porte Aperte, i cristiani in Iran subiscono una repressione pesante e sistematica. L’Iran si colloca al decimo posto nella classifica dei Paesi dove la persecuzione per motivi di fede è più elevata. In particolare, i cristiani convertiti sarebbero i più colpiti: le chiese domestiche vengono regolarmente perquisite e le operazioni sono spesso seguite da arresti, lunghe detenzioni e interrogatori, con accuse legate alla sicurezza nazionale.
Il dossier segnala che i detenuti vivono in condizioni igienico-sanitarie precarie e che le cauzioni richieste per la scarcerazione possono essere molto elevate. Anche dopo il rilascio, vengono imposte restrizioni severe, come l’esilio interno o l’autocensura. Le comunità cristiane storiche armene e assire, pur riconosciute dallo Stato, sarebbero trattate come cittadini di seconda classe e soggette a discriminazioni sul lavoro e nel diritto di famiglia. È inoltre vietato l’uso della lingua persiana nelle funzioni religiose e il coinvolgimento di persone di lingua persiana nelle attività ecclesiali.
Porte Aperte sottolinea inoltre che il conflitto con Israele avrebbe aggravato la pressione sui cristiani, spesso percepiti come vicini all’Occidente. Dopo il cessate il fuoco, almeno 54 cristiani sarebbero stati arrestati in 21 città con accuse di spionaggio. I media statali, si legge nel rapporto, avrebbero alimentato una narrativa che collega i cristiani evangelici ai servizi di intelligence stranieri, aumentando il rischio per l’intera comunità. Le chiese clandestine continuano a crescere, ma restano esposte a forti pericoli.
Familiare del manifestante condannato a morte in Iran, ‘oggi l’esecuzione’
Un parente del manifestante iraniano Erfan Soltani, arrestato dalle autorità iraniane la scorsa settimana e condannato a morte, ha confermato che la sua esecuzione è prevista per oggi.
“Con un processo estremamente rapido, nel giro di soli due giorni, il tribunale ha emesso una condanna a morte”, ha affermato il parente alla Bbc Persian, aggiungendo che alla famiglia è stato comunicato che l’esecuzione sarebbe avvenuta mercoledì 14 gennaio.
Soltani, 26 anni, è stato arrestato giovedì, il giorno in cui le proteste in Iran hanno raggiunto il culmine e, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato condannato dopo essere stato coinvolto in proteste nei pressi della capitale iraniana Teheran.
In Iran i funerali degli agenti uccisi nelle proteste
Oggi a Teheran e in altre province del Paese i funerali dei membri delle forze di sicurezza che sono rimasti uccisi durante le proteste scoppiate in Iran il 28 dicembre a causa della crisi economica. Le immagini trasmesse dalla tv di Stato mostrano centinaia di persone radunate per le strade di Teheran, Isfahan e Bushehr che sventolano la bandiera della Repubblica islamica ed espongono ritratti della Guida suprema Ali Khamenei durante le cerimonie funebri.
Mentre Internet è quasi totalmente bloccato nel Paese dall’8 gennaio, secondo l’agenzia degli attivisti dei diritti umani Hrana, 147 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi durante le manifestazioni in Iran, mentre i dimostranti uccisi sono almeno 2.403, tra cui 12 minorenni.
“Nelle ultime 24 ore non si sono verificati disordini in nessuna città dell’Iran”, ha affermato la tv di Stato iraniana sul suo account X.
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