“La mattina del 7 ottobre, le Forze di difesa israeliane hanno fallito nella loro missione principale: proteggere i civili dello Stato di Israele”. Con questa motivazione, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha preso la decisione di congedare diversi alti ufficiali dell’esercito, compresi tre generali in posti chiave, che prestavano servizio all’epoca del massacro compiuto da Hamas nel sud del Paese. Una decisione che ha rinnovato la tensione tra Zamir e il ministro della Difesa Israel Katz, accusato di usare l’esercito come strumento di propaganda politica sullo sfondo delle elezioni previste l’anno prossimo.
Katz ha fatto sapere di non essere stato informato prima delle decisioni del capo di stato maggiore e ha annunciato il congelamento delle nomine di alto livello nell’Idf per 30 giorni, al fine di riesaminare il rapporto che chiudeva l’inchiesta sui fallimenti militari del 7 ottobre, presentato all’inizio di novembre dal generale in congedo Sami Turgeman e su cui Zamir ha basato le sue decisioni. “Sconcertante” che il ministro rimetta in discussione un rapporto che gli era già stato illustrato, ha commentato il capo dell’esercito, sottolineando che si tratta di un documento stilato “ad uso del comando dell’Idf e non per finalità politiche”.
Tra gli alti comandanti rimossi, figurano l’ex capo della Direzione delle operazioni, il generale Oded Basiuk, che si è ritirato dopo la guerra dei 12 giorni con l’Iran a giugno; l’ex capo del Comando Meridionale Yaron Finkelman e il generale Aharon Haliva, all’epoca capo dei servizi segreti militari, entrambi dimessisi dai loro incarichi già nel 2024. “Il capo di stato maggiore ha deciso che saranno congedati dal servizio di riserva e non presteranno più servizio nell’Idf”, si legge nel comunicato diffuso dall’esercito domenica sera.
Più morbida invece la sanzione – una nota di biasimo – imposta all’ammiraglio David Saar Salama, che nel suo ruolo di comandante della Marina non impedì che il 7 ottobre Hamas raggiungesse dal mare la spiaggia di Zikim, e al generale Tomer Bar, comandante dell’Aeronautica, che non riuscì a difendere lo spazio aereo del Paese dai droni e parapendii usati quel giorno dai terroristi. Altri alti ufficiali hanno invece concordato di poter terminare i loro mandati prima di ritirarsi dall’esercito.
Sebbene si tratti di provvedimenti in alcuni casi simbolici, destinati a comandanti che hanno già lasciato l’uniforme, è un duro colpo per chi “ha dedicato la propria esistenza alla sicurezza di Israele”. Un colpo di cui Zamir ha tenuto conto, sottolineando i loro “risultati senza precedenti”, “devozione” e “coraggio”: “Non possiamo permetterci – ha quindi messo in guardia – di essere un Paese che divora i suoi comandanti, non abbiamo questo privilegio”. Il capo di stato maggiore ha comunque voluto rispondere alle richieste di trasparenza e assunzione di responsabilità che provengono dall’opinione pubblica israeliana, con la promessa di “imparare dalla lezione” del 7 ottobre affinché simili “eventi non si ripetano più”.
Sulle responsabilità politiche invece, il premier Benyamin Netanyahu ha finora negato l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale, determinato piuttosto a crearne una governativa, composta da alcuni dei suoi ministri più oltranzisti.
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