Lo studio, guidato da Daming Yang dell’Università di Leiden nei Paesi Bassi, ha visto la partecipazione di Istituto Nazionale di Astrofisica e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, delle Università di Roma Tre, Firenze, Trento, Bologna, Genova, Federico II di Napoli, Torino, Milano, Padova e Trieste, insieme a Istituto di Fisica Fondamentale dell’Universo (Ifpu) e Scuola Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste, Centro europeo per l’osservazione della Terra (Esrin) dell’Esa a Frascati, Space Science Data Center dell’Agenzia Spaziale Italiana a Roma e ICSC – Centro nazionale di ricerca in high performance computing, big data e quantum computing di Bologna.
I quasar rappresentano una fase nella vita di una galassia, durante la quale il buco nero supermassiccio situato al loro centro divora grandi quantità di materia rilasciando, allo stesso tempo, enormi quantità di energia. In questa fase, infatti, il nucleo della galassia diventa così brillante da oscurare qualsiasi altra cosa, superando in luminosità la galassia stessa di centinaia o migliaia di volte. Eppure, i quasar più antichi, e dunque più remoti, sono molto difficili da individuare, perché estremamente rari e perché la loro luce tende a confondersi con quella di altri oggetti più vicini.
“Fino a oggi avevamo visto solo la punta dell’iceberg, ovvero i quasar più luminosi: Euclid ci permetterà di andare ben oltre”, commenta l’italiana Silvia Belladitta di Max Planck Institute di Heidelberg e Inaf di Bologna, co-autrice dello studio. “Si tratta di risultati straordinari per una missione così giovane – aggiunge Roberto Decarli dell’Inaf di Bologna, tra gli autori della ricerca – ma soprattutto rappresentano solo l’inizio”.
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