E’ guerra diplomatica aperta fra Israele e Regno Unito, Paese che con la cruciale dichiarazione Balfour del 1917 spianò la strada al progetto sionista.
A innescarla è stata la svolta con cui il governo laburista di Londra, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi: compresi il Canada, la Francia e vari Stati europei Ue ed extra Ue (Italia esclusa).
Una svolta segnata da toni di condanna mai visti da parte britannica nei confronti del “coloni terroristi”, nonché del governo israeliano d’ultradestra di Benyamin Netanyahu, accusato senza mezzi termini di coprire scenari di “pulizia etnica”. E a cui Israele – spalleggiato dall’amministrazione Usa di Donald Trump – ha risposto ha risposto in modo furibondo, arrivando a disporre fra l’altro la chiusura d’autorità del consolato del Regno a Gerusalemme est.
La scure nei rapporti con un alleato storico, preannunciata da giorni come segno di un cambiamento di rotta rispetto alle cautele mantenute su questo dossier dal precedente premier Keir Starmer (che pure l’anno scorso s’era allineato a Parigi nel riconoscimento dello Stato palestinese all’Onu), è stata fatta calare alla Camera dei Comuni da Ed Miliband, titolare del Foreign Office nella nuova compagine.
Il ministro, con Burnham seduto al suo fianco, ha formalizzato la definizione degli insediamenti israeliani come entità “illegali”, denunciandone l’espansione a partire dal contestato progetto E1 in Cisgiordania. Nel suo intervento dai banchi di Westminster, Miliband, nato sull’isola da genitori di radici ebraico-polacche in fuga dal nazismo, ha rivendicato con orgoglio la propria origine di ebreo della diaspora e ricordato i suoi familiari uccisi nell’Olocausto e i legami con Israele, Paese di cui si è detto “amico”.
Non senza condannare l’antisemitismo nel Regno o il massacro perpetrato “dai terroristi di Hamas” il 7 ottobre 2023. Nel contempo ha tuttavia sottolineato come il suo ebraismo e il riconoscimento del “diritto alla difesa dello Stato d’Israele” non siano in contrasto con il sostegno a uno “Stato di Palestina” nel quadro di una pace fondata sulla “soluzione dei due Stati: al contrario”.
Una prospettiva che l’azione dei coloni e la politica del governo Netanyahu sta portando alla “distruzione”, ha proseguito, dopo aver richiamato sia le “traumatiche” devastazioni di Gaza negli ultimi tre anni e le “sofferenze indicibili” patite da uomini, donne e bambini nella Striscia, sia “il terrorismo dei coloni” estremisti in Cisgiordania. Mentre ha rinfacciato a Netanyahu e soci di “chiudere gli occhi” rispetto alla “pulizia etnica” imputata tanto ai coloni quanto all’incitamento esplicito di ministri come i super falchi Itamar Ben Gvir o Bezalel Smotrich.
Non solo, ma ha decretato come provati i “crimini di guerra” commessi da Israele, affidando alla giustizia internazionale – che il gabinetto Burnham giura di sostenere – l’eventuale riconoscimento legale pure delle accuse di “genocidio”. Un contesto che giustifica nelle sue parole l’introduzione di “un nuovo regime di sanzioni” e la messa “al bando del commercio nel Regno Unito dei prodotti degli insediamenti illegali”. Accompagnata dall’impegno a colpire “con tutta la forza della legge” chiunque tentasse di continuare “a facilitarlo o finanziarlo”.
In termini numerici, si tratta di misure simboliche rispetto all’interscambio generale con Israele, su cui Miliband – che in parallelo è tornato ad additare “le minacce dell’Iran” contro lo Stato ebraico annunciando pure sanzioni anche contro il braccio finanziario di Hezbollah in Libano – ha escluso qualsiasi boicottaggio generalizzato. Ma comunque di uno schiaffo in piena regola, a cui il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha replicato parlando di accuse “scandalose e false”.
Saar ha quindi annunciato la chiusura del consolato e l’inserimento in una lista nera di un attivista e di 11 deputati della sinistra radicale britannica più vicini alla causa palestinese (fra i quali l’ex leader del Labour, Jeremy Corbyn) a cui verrà vietato l’ingresso nel Paese poiché bollati come “anti-israeliani e antisemiti”.
Contro la stretta britannica si sono del resto schierati pure il presidente d’Israele, Isaac Herzog, ed esponenti dell’opposizione interna, al di là delle critiche rivolte a “Bibi” nel pieno della campagna elettorale verso il voto politico del 27 ottobre. Mentre sul fronte Ue resta lo stallo, tenuto conto che l’ipotetica adesione collettiva alle sanzioni contro i coloni richiede l’unanimità dei 27. E che proposte in questo senso sono state bloccate a Bruxelles di recente dalle rinnovate resistenze di Paesi quali Germania, Italia e altri.
“Io – ha tagliato intanto corto da Buenos Aires il titolare della Farnesina, Antinio Tajani – sono sempre a favore di decisioni condivise dell’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno. Gli inglesi non ne fanno parte”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
