Keir Starmer è stato pubblicamente sbugiardato: sapeva dei tanti scheletri nell’armadio di Peter Mandelson, l’ex eminenza grigia del New Labour legato a doppio filo col finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, e nonostante questo scelto come ambasciatore negli Usa dal premier britannico, la cui poltrona ora vacilla più che mai. Il primo ministro laburista era stato infatti più volte avvertito da diversi alti funzionari intorno a lui sui “rischi alla reputazione” connessi alla nomina politica ufficializzata nel dicembre 2024, ma li aveva ignorati sistematicamente.
A mostrarlo in tutta la sua evidenza è la prima tranche di documenti che il governo è stato costretto a rivelare sugli scambi di messaggi e di rapporti transitati per Downing Street al tempo della designazione. Rivelazioni molto compromettenti per Starmer, che era a conoscenza dei rapporti di stretta amicizia fra Mandelson e il defunto faccendiere americano andati avanti almeno fino al 2011, due anni dopo la prima condanna di Epstein per istigazione alla prostituzione di minorenni. Sir Keir, però, aveva tirato dritto lungo il processo di controllo precedente alla nomina, in modo “stranamente affrettato”, come ammesso dal suo stesso consigliere alla sicurezza nazionale, Jonathan Powell. Nei Mandelson File, la cui pubblicazione è stata di fatto accelerata dopo il recente arresto dell’ex pezzo da novanta del Labour accusato di aver condiviso quando era ministro segreti governativi col finanziere morto suicida in carcere a New York, sono così venute alla luce indicazioni che contrastano con l’autodifesa portata avanti da Starmer.
Il premier si era trincerato dietro una presunta consapevolezza non piena sui trascorsi di Mandelson e sulle “bugie” che questi gli aveva propinato. Si è quindi scatenata la bufera delle opposizioni alla Camera dei Comuni, nel dibattito seguito alla dichiarazione difensiva affidata dall’esecutivo al ministro Darren Jones. “Non avrebbe mai dovuto ricevere l’incarico”, ha dichiarato Jones, oltre a definire come “inaccettabile” la mega buonuscita che Mandelson aveva potuto reclamare all’atto del siluramento (nel settembre 2025) da rappresentante diplomatico negli Usa: pari a ben 547.000 sterline (633.000 euro) dopo appena 9 mesi di mandato, poi ridotti a 75.000 sterline, regolarmente versati dal Tesoro.
Furiosa la risposta della leader dei Tory, Kemi Badenoch, che ha definito “scioccante” la capacità di giudizio di Starmer, criticato duramente anche dai Libdem, che hanno invocato la donazione della buonuscita a un’associazione di volontariato. Mentre il leader dei Verdi, Zack Polanski, in costante ascesa nei sondaggi, ha chiesto direttamente le dimissioni del primo ministro. Ma anche dentro la stessa maggioranza crescono le voci di ribellione contro Starmer, la cui leadership rischia di naufragare nel mare di carte in via di pubblicazione. Il primo ministro, tra l’altro, era stato avvertito del ruolo di Mandelson nel consiglio di amministrazione del gruppo russo Sistema, attivo anche nel settore militare, occupato fino al giugno 2017, molto dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca nel 2014.
L’ex ministro, in un ulteriore esempio della sua spregiudicatezza, si era spinto a suggerire un’eventuale intesa di sir Keir col suo maggiore avversario politico, Nigel Farage, da usare come “ponte” per cucire stretti rapporti col presidente americano Donald Trump, legato da un’amicizia al leader di Reform Uk. Intanto ombre si allungano pure su Tony Blair: è emerso un documento custodito nei National Archives britannici in grado di certificare almeno un incontro a Downing Street del 2002, “facilitato da Mandelson”, fra l’allora primo ministro laburista e il faccendiere americano, definito come “amico di Bill Clinton” e strettamente legato ad Andrea, il reprobo di casa Windsor anch’egli travolto dallo scandalo Epstein.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
