L’intenzione di portare la differenza di vedute alle estreme conseguenze, per ammissione degli stessi luogotenenti di Matteo Salvini, al momento non c’è. Ma certo la Lega non arretra e continua a puntare i piedi sul rinnovo del decreto legge che fa da cornice, da 4 anni, alle forniture militari all’Ucraina. Non subito, non finché è in corso quel tentativo di arrivare alla pace in Ucraina portato avanti dagli Stati Uniti, i soli che devono trattare per Giuseppe Conte. Ex alleato leghista nel governo gialloverde, ricorda Carlo Calenda.
Un martellamento quotidiano che sta innervosendo, sottotraccia, il resto della maggioranza. E che non aiuta Giorgia Meloni, alle prese con il sempre più difficile equilibrio tra Ue e Usa. Proprio mentre dagli Stati Uniti rimbalzano stralci delle bozze del piano strategico di Donald Trump che avrebbe indicato l’Italia, insieme a Polonia, Austria e Ungheria, come paesi con cui “collaborare” in modo più stretto per “allontanarli dall’Unione Europea”. Passaggio smentito dalla Casa Bianca, e che non compare nella versione ufficiale del documento. Non sembra peraltro di questa opinione il presidente della Repubblica: il Vecchio continente è “uno spazio di pace senza precedenti”, dice Sergio Mattarella, cogliendo l’occasione della Giornata Mondiale dei diritti umani per difendere, ancora una volta, il ruolo dell’Europa, presa di mira di continuo, negli ultimi giorni, dal presidente americano.
La “responsabilità” a cui sono chiamati i Paesi che difendono i diritti umani è quella di “impedire che la violenza prevalga sulle regole” perché esiste “un rapporto inscindibile tra diritti umani e pace” che è “impegno quotidiano e responsabilità condivisa”. E che “trova il suo fondamento nella tutela della dignità di ogni persona e nel rifiuto della logica della sopraffazione”. Per questo bisogna, l’appello del Capo dello Stato, difendere “il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali”, perché “indebolirli significa esporre “ogni individuo, in particolare, i più vulnerabili al rischio che l’esistenza finisca per essere regolata dalla prevaricazione e dall’abuso della forza”. E’ quello che sta provando a fare l’Europa, Italia compresa finora, e che, nel pensiero che ripete in ogni occasione la premier, va perseguito mantenendo “l’unità dell’Occidente” tutto, compresi gli Stati Uniti. Il momento è “delicatissimo”, è il leitmotiv ai piani alti del governo, che confida in un esito positivo di quella che viene definita una “fortissima accelerazione” dei contatti tra Usa, Ucraina e Russia. Anche se mancano ancora segnali “concreti” di una volontà di Mosca di sedersi al tavolo della pace. Non è il momento di alimentare “contrapposizioni e divisioni”, un pensiero ricorrente che guarda sia all’esterno sia al dibattito interno.
Le parole del generale Roberto Vannacci (“l’invasione di droni russi è propaganda”) non trovano così alcun commento da parte degli alleati, mentre c’è chi, come il dem Filippo Sensi, le paragona al pensiero “di Conte”. Così come rimangono senza reazioni quelle del presidente dei senatori leghisti Massimiliano Romeo, che ancora una volta invita ad “attendere l’evoluzione delle trattative in corso sul piano di pace Usa” prima di varare il nuovo decreto armi, per “poter definire un provvedimento pienamente coerente con il percorso diplomatico” e “in grado di includere le garanzie di sicurezza per l’Ucraina”. Una posizione che potrebbe concretizzarsi nel dibattito che si attende la prossima settimana in Parlamento in vista dell’ultimo Consiglio europeo dell’anno. Una delle idee sarebbe quella di cercare di inserire nella risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni di Meloni un passaggio che ribadisca sì il “pieno sostegno” a Kiev tenendo conto dell’esito del negoziato di pace proprio in vista del nuovo decreto. Che potrebbe slittare all’ultimo Consiglio dei ministri prima della fine dell’anno, al momento in agenda il 29 dicembre.
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