Donald Trump sotto assedio. La sua base e il partito repubblicano chiedono al presidente una exit strategy dall’Iran: deve arrivare in tempi stretti altrimenti il rischio di una valanga democratica alle elezioni potrebbe realizzarsi. Al momento però come gli Stati Uniti si svincoleranno dal conflitto non è chiaro.
La guerra contro Teheran ha preso una piega imprevista rispetto alle idee iniziali dell’amministrazione, che prima aveva parlato di qualche giorno poi di quattro o cinque settimane. A più di dieci giorni dall’avvio dei bombardamenti, il regime iraniano resiste e l’Iran continua a rispondere agli attacchi americani, seminando panico in tutto il Medio Oriente e mandando in tilt il mercato petrolifero, alle prese con lo shock maggiore da decenni. Oltre all’evoluzione inattesa, per Trump sembra esserci il nodo Israele: in pubblico i due alleati mostrano un fronte compatto, ma dietro le quinte – secondo indiscrezioni – le tensioni stanno aumentando con Benjamin Netanyahu pronto ad andare avanti con la campagna fino al crollo del regime, e gli Stati Uniti più cauti e concentrati sui loro obiettivi militari, ovvero distruggere in via definitiva la capacità di Teheran di mettere le mani sull’arma nucleare. A confermare le tensioni è la richiesta americana a Israele – la prima da quando è iniziata la guerra – di fermare gli attacchi sulle infrastrutture energetiche iraniane. Il capo del Pentagono ha cercato di minimizzare: l’attacco israeliano al petrolio iraniano “non era necessariamente un nostro obiettivo. Ma non siamo tirati in nessuna direzione, siamo alla guida”, ha detto Pete Hegseth prima di recitare il salmo 144 della Bibbia.
Anche Steve Witkoff ha cercato di smorzare le tensioni annunciando una sua “probabile” visita in Israele la prossima settimana. Spaventato dalla corsa del petrolio che potrebbe mangiarsi il tanto decantato taglio delle tasse e dal calo di Wall Street, uno dei suoi indicatori di riferimento, Trump ha parlato di guerra praticamente finita e aperto a un possibile allentamento delle sanzioni, ritenuto da molti un regalo a Vladimir Putin, considerato il vero vincitore dell’operazione in Iran. Ma sui tempi della fine della campagna non sembra esserci chiarezza neanche all’interno dell’amministrazione. “Abbiamo ricevuto dichiarazioni fumose al riguardo. E ancora non hanno chiarito perché siamo in guerra”, ha detto la senatrice democratica Elizabeth Warren al termine di un briefing dell’amministrazione, dopo il quale ha assicurato che voterà “no” a eventuali richieste di nuovi fondi per la campagna in Iran della Casa Bianca. Il commander-in-chief potrebbe chiedere a giorni al Congresso decine di miliardi per continuare l’operazione, in quello che si preannuncia un nuovo duro braccio di ferro che metterà alla prova la risicata maggioranza repubblicana. “Non sa come finire la guerra”, ha scritto sul New York Times l’editorialista Thomas L. Friedman, vincitore di tre premi Pulitzer e profondo conoscitore del Medio Oriente. Altri osservatori notano come anche sull’Iran Trump sarà ‘Taco’ (Trump always chicken out, si tira sempre indietro) in seguito al caroprezzi e al rischio crescente di perdere le elezioni di metà mandato. Ma questa volta ‘Taco Trump’ – spiega il commentatore del Financial Times Edward Luce – arriverà troppo tardi. E questo costerà all’America la fiducia del mondo.
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