Trappole dal cielo, la nuova guerra in Donbass – Magazine – ANSA.it

Trappole dal cielo, la nuova guerra in Donbass – Magazine – ANSA.it


Nella strada che porta via dalle trincee, fuori dalle linee di combattimento, il soldato alla guida del pick up sterza in derapata scivolando su fango e ghiaccio. Poi dall’abitacolo si sentono degli spari che partono  dal mezzo: dietro al cassone altri due militari aprono il fuoco puntando al cielo, avvisati via radio dell’arrivo di un drone. A  quel punto il mezzo accelera disperato per uscire al più presto fuori dalla portata dei volatili meccanici. Dieci minuti col nodo in gola. Poi si rallenta, è andata bene anche stavolta: nessun  commento, solo un sospiro, si scende dal Nissan Navara nero, via  l’elmetto e come premio di quella routine arriva la pausa  sigaretta.

   Stessa corsa per il viaggio al contrario, che porta alla ‘zero line’ del Donestk, nelle postazioni a ridosso della linea oltre  la quale il confine tra Ucraina e Russia è soltanto una questione di traiettorie giuste tra trappole e cadaveri, difficili da  recuperare sul campo in quel punto. “Gli assalti da Est sono  aumentati dalla scorsa estate e il maltempo per noi è un’arma a  doppio taglio: da una parte gli attacchi rallentano e dall’altra  le truppe russe avanzano a piedi cercando di prendere terreno,  perché con pioggia, neve e vento non riusciamo a coprire bene le  nostre postazioni con i droni. Loro spingono, ma in questi mesi  qui ancora teniamo, non abbiamo perso territori. Certo al momento possiamo solo difenderci”, spiegano nella trincea i soldati  ucraini del battaglione ‘Legione Nord’ della 44esima brigata  meccanizzata. Ad essere accucciati in quel fosso dove restano  isolati almeno per una settimana con scatolette, caffè, thè e barrette energetiche, sono in due e dormono alternandosi tre o quattro ore al giorno. 

   Kraska, 36 anni, è un pilota di droni che ruota continuamente il pollice sulla leva del controller remoto. Lo fa senza togliere mai lo sguardo dagli schermi del computer, dove analizza i filmati anche dalle altre postazioni grazie alla rete di Starlink e studia le  coordinate. Semen, 25 anni, è invece un ingegnere e si occupa di  caricare il loro drone con batterie e granate, per poi uscire  allo scoperto e metterlo in postazione, pronto al decollo.  L’obiettivo e individuare in volo gli sciami nemici che si  sparpagliano distribuendosi ovunque: se agli ‘fpv drones’ tocca  sganciare le bombe, di notte gli stessi velivoli ‘da agguato’ si  appostano in terra per poi esplodere di giorno al passaggio dei  soldati, depositando mine e seminando imboscate. “Tocca cercarli  nelle auto bruciate o nei cumuli di rifiuti, ma con la neve è più difficile”, spiega Kraska mentre aguzza gli occhi zoomando  ovunque sul campo di battaglia. Improvvisamente sul display  compaiono cadaveri di soldati russi, forse lì da un paio di  giorni, poi si passa altrove: “Tocca essere sicuri di avere neutralizzato tutti i velivoli, di aver coperto tutta la zona”. Poi fuori, con la testa nelle spalle, si esce solo per il ritiro di componenti o viveri in attesa della stessa Nissan. 

    Bisogna muoversi veloci, sia per chi guida che per chi resta  a terra. Si sta allo scoperto solo per pochi interminabili istanti sotto l’insopportabile ronzio dei droni, che è un memento mori. “Non vogliamo lasciare questo territorio perché possiamo  difenderlo”, dice sicuro il maggiore Viacheslav Shutenko,  comandante del battaglione, che accoglie i suoi uomini al rientro. “Qui c’è la situazione peggiore dopo Pvkorosk, ma possiamo giocarcela, cinquanta e cinquanta. Per il 2026 non ce la faranno”, poi punta la penna sulla mappa digitale del telefono  indicando le ‘zone grigie’, attraversate dai combattimenti: “A  Kupiansk stiamo recuperando, nella città ora sono rimasti solo un centinaio di soldati russi”. Lo dice rincuorandosi mentre si  scrolla la melma dagli scarponi, in un posto che non ha nulla a  che fare con la geopolitica.

La giornata in trincea, sulla linea di contatto nel Donetsk

Nelle cantine segrete di droni, ‘qui la nuova arte della guerra’

Dopo essere entrati in una casa apparentemente vuota e in costruzione non lontano da Karkhiv, si scende nei sotterranei fino ad arrivare in una cantina molto piccola, dove è costante il suono di una laboriosa stampante 3d. In questo posto angusto simile alla camera di un hacker si gioca, con tecnologie da poche centinaia di dollari, una delle partite più importanti nel corso  della nuova guerra in Ucraina. “Qui facciamo sviluppo e test per  i droni a fibra ottica: riceviamo informazioni, costruiamo adattamenti, assembliamo i pezzi e poi li inviamo al fronte in  Donbass”, spiega Alex, un militare di 37 anni dell’ufficio di  intelligence dell’ ‘unità Taifun’.

   Un team di sei soldati senza divisa testa i motori, misura il  bilanciamento del peso delle batterie, inserisce mini telecamere, progetta e adatta nuovi pezzi che serviranno ad applicare armi e qualsiasi altro oggetto che possa essere trasportato o sganciato dai volatili meccanizzati. “Di unità di verifica dei droni ce ne sono qualche un centinaio in tutto il Paese e in tutto ci  lavorano un migliaio di soldati, soprattutto ingegneri. Ma noi siamo sempre alla ricerca di gente: più che le tradizionali  capacità – sottolinea Alex – ci interessano giovani che abbiano  curiosità. Il resto lo facciamo noi, ci bastano meno di sessanta giorni per prepararli. Ma in poche settimane cambia tutto, per  questo tocca aggiornare continuamente le tecnologie contro i  sistemi che sviluppa il nemico”. 

   La nuova piccola arma micidiale, capace di distruggere risorse militari milionarie, sono i droni in fibra ottica che costano dai trecento ai mille dollari: “Non vengono intercettati via radio e  quindi non è possibile interferire sul loro segnale con dei  disturbi: li guida direttamente il pilota”, specifica Alex. È per questo che avvicinandosi alle postazioni nelle trincee e in tutte le zone militari ucraine, tra l’erba e i tronchi nelle foreste  c’è una una fitta trama di ragnatele di cavi sottilissimi e quasi invisibili: è la fibra ottica che fa comunicare visori, schermi,  controller e levette dei piloti con i quadricotteri: un canale  diretto in cui il nemico non può interferire se non distruggendo  quelle lenze invisibili, che permettono di arrivare fino a sessanta chilometri.

   Una tecnologia in ascesa che ormai è sempre più utilizzata su  entrambi i fronti: “I set up sono diversi ma noi e Mosca abbiamo gli stessi componenti cinesi”. Anche in questo conflitto, cominciato quattro anni fa con armi classiche da seconda guerra mondiale, ora la gara sta tutta nello sviluppo costante e nella corsa all’acquisto. “In base alle richieste dei soldati riceviamo una sorta di lista della spesa, poi facciamo gli ordini, ma  Pechino non può inviare direttamente a noi e spedisce in Europa, dove poi andiamo a ritirare i pezzi. Lo stesso fa la Russia con  altri Paesi, sempre comprando dalla Cina. Tutto questo è  importante per difenderci dall’artiglieria e dalle avanzate senza perdere soldati”, conclude Alex mentre il rumore di fondo nella  cantina sparisce e la stampante 3d ha terminato la sua ultima  fatica in plastica: è l’ennesima elica di una granata, pronta a  cadere dal cielo sulle linee nemiche nel groviglio di fili nel Donetsk.

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Armi letali stampate in 3d

A Druzkivka la vita dietro al fronte, ‘chi resta aspetta i russi’

A ridosso delle trincee, a otto chilometri dalle postazioni militari, ci sono civili in Donbass che vivono una routine apatica scandita dal brusìo dei droni in cielo, i bombardamenti e le poche ore al giorno per restare in strada: tra chi si affretta per andare al negozio di alimentari e chi vaga senza meta. A sud di Kramatorsk, nella città di Druzkivka, che prima della guerra contava cinquantaquattromila  abitanti, ora restano poche migliaia di persone e non c’è quasi  più nessuno da evacuare. “Chi voleva farlo è già andato via”, spiegano i soldati. Chi resta ha comunque fatto una scelta. Così  come nella ‘zona grigia’ di Kostjantynivkana, dove infuriano i combattimenti, una metà dei cittadini rimasti aspetta l’arrivo dei russi ma non sa cosa succederà dopo. Sono soprattutto anziani, spesso reticenti con le truppe ucraine, che accusano i militari: “ritiratevi, così smetteranno di bombardare”. I soldati li ascoltano e senza alcun cenno di reazione proseguono il passo: “Qui i media russi – dicono gli ufficiali – arrivano nelle frequenze televisive con la loro propaganda e così qualcuno crede all’invenzione della ricostituzione di una nuova Unione sovietica”.

   Intorno alle undici del mattino, quando a quell’ora i droni russi sono in ritirata verso le basi, in centro si vede soltanto qualcuno uscire per andare alle poste, passando vicino ai rifugi antiaerei di emergenza sul lato del marciapiedi,poco più grandi di una cabina telefonica. “La guerra? Andate a fare queste domande in Groenlandia”, sbotta un anziano ironizzando, critico contro un nuovo imperialismo statunitense. Alle sue spalle, lungo la parete di un edificio nella via, al contrario c’è invece una scritta di cui è impossibile risalire alla data: “Trump salva la gente del Donbass e vendi i Tomahawk all’Ucraina”. In periferia diverse case e palazzi, alcuni erano stati occupati dai militari che si organizzano per il fronte, sono ridotte in rovine perché prese di mira dal nemico. “I filorussi in città non si rendono conto”, spiegano i soldati raccontando alcune vicende, come quella di Pokrovsk, dove – dicono – “una coppia aspettava i russi ma poi loro hanno ucciso lui e violentato lei per poi portarla in Russia. Da qualche parte c’è anche un video della donna che ne parla”.
 
   Raisa, 66 anni, e suo marito Hennady, 71, sono tra i pochi disponibili a fermarsi per parlare nonostante le buste della spesa tra le mani: “Ogni giorno abbiamo solo due ore per uscire e comprare da mangiare. Non andiamo via da qui perché non abbiamo soldi e non sapremmo dove andare”, dicono. Di giorno i droni e di notte l’artiglieria, la paura dal cielo non si ferma, così come i colpi di artiglieria a una manciata di chilometri ricordano continuamente che qui le truppe russe sono molto vicine. La gente di  Druzkivka sa che questo è il luogo da cui il nemico proverà ad entrare a Kramatorsk, ultima fortezza designata per espugnare il Donbass. Nonostante tutto anche nei quartieri deserti si vede gente che pota i rami degli alberi nelle strade, dove le auto passano schizzando acqua dalle pozzanghere dai crateri di fango che bucano l’asfalto. Corrono veloci verso nord, via da Druzkivka, per raggiungere i tragitti con chilometri di reti legate sui pali della carreggiata, per proteggerla in alto dai droni a fibra ottica. Facile intuire perché li chiamino ‘tunnel della vita’: un nome che descrive anche chi invece, alle loro spalle, sembra essersi rassegnato al suo esatto opposto.

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Al confine russo, Kharkiv resiste e accoglie i villaggi svuotati

Gli addobbi delle festività del Natale ortodosso e le insegne luminose dei grandi negozi  riflettono la luce sulla neve mentre la gente passeggia sui  marciapiedi, ma basta girare l’angolo per vedere una ruspa che  raccoglie i detriti dei primi missili arrivati con il nuovo anno, quando i razzi hanno colpito dei palazzi ferendo  diciannove persone, tra cui un neonato di sei mesi. A Kharkiv  l’ossimoro della nuova normalità ucraina sembra più evidente che altrove. Nella seconda città più popolosa del Paese, a quaranta  chilometri dal confine russo, finora i suoi abitanti hanno avuto  la meglio. Nonostante i massicci bombardamenti di Mosca dal 2022, le persone – anche i russofoni – non hanno lasciato le proprie  case e il peggio sembrava essere passato, ma nell’ultimo anno la Russia ha ricominciato ad attaccare. “Abbiamo deciso di restare, anche le sirene suonano ancora e i palazzi sono tornati a cadere”, commenta Taras accompagnando la madre a fare la spesa.

   In questi anni non c’è stata alcuna evacuazione, anzi. Kharkiv accoglie gli sfollati che arrivano dai due fronti guerra, il Donbass e i territori a nord est. In un largo edificio a tre piani alla periferia della città, che prima era una scuola, quotidianamente vengono trasferite le chiamate in arrivo al 112 e altre linee gestite dalle organizzazioni umanitarie: quando i russi sono a ridosso delle proprie abitazioni la gente chiama e  da qui partono bus o ambulanze che poi caricano intere famiglie o persone sole. “Interi gruppi a volte vengono recuperati per strada mentre scappano a piedi, disposti a fare decine di chilometri pur di lasciare l’inferno che avvolge le loro case. E a volte capita che durante la fuga i droni nemici uccidano qualcuno”, spiega Alla Sherstiuk, coordinatrice del centro.
 
   Negli ultimi due anni e mezzo dall’intera regione e da una parte dell’oblast di Donetsk sono arrivati oltre trentunomila profughi, che poi si trasferiscono dai parenti o negli ostelli. Dal centro degli sfollati, attraverso i contatti mantenuti dai rifugiati con i civili ancora sotto il fuoco, si assottiglia la conta di chi è ancora lì. Sergiy, 57 anni, appena arrivato da Kostantinovka, lavorava nelle miniere di carbone: “Prima della guerra – dice – nella mia città c’erano centomila persone. Ora sono ottocento, tutta gente molto anziana che ormai credo morirà lì e se tutto va bene verrà seppellita nei giardini delle proprie case, come succede adesso”. Da ottobre scorso in massa sono giunti da Kupiansk, a sud est: “anche quello è diventato un posto dove si combatte soltanto e forse sono rimasti a malapena un centinaio di civili, ce ne accorgiamo da come improvvisamente qui si riversano le persone in poche settimane”, ammette Alla. In molti, come Georgiy e la moglie Irina dal villaggio di Studenok,vanno via quando l’ombra dei droni si allunga sui tetti loro case. Ma c’è chi non è scampato: Igor, 54 anni, a dicembre a Kupiansk ha visto cadere la moglie davanti ai suoi occhi, colpita dagli sciami della morte mentre insieme tentavano la fuga. Lui,  che da allora non parla più, non è potuto tornare indietro neanche per seppellirla.

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L’inverno di Kiev al buio, ‘anche i blackout uccidono’

Tra i palazzi del quartiere popolare di Dniprovsky, dopo il tramonto, ciò che per strada attira l’attenzione sono solo i fari delle auto e i flash dei telefonini accesi, usati come torce. Tutto intorno c’è un coro di rumori che arriva dai generatori di corrente. L’inverno buio di Kiev ha reso spettrale la città anche quando non piovono i razzi e nella capitale ucraina i blackout programmati decidono come andranno le giornate: sono conseguenze della nuova strategia di attacchi russi, che con i bombardamenti alle infrastrutture energetiche riduce varie parti del Paese senza elettricità e senza riscaldamenti. Se prima la durata delle interruzioni dipendeva dalla frequenza delle offensive sulle centrali di produzione, ora tutto viene programmato quotidianamente dal governo e comunicato su una app: alla sera arriva una notifica e le caselle nere indicano la fascia di ore, in genere almeno quattro al giorno, in cui  toccherà accendere le candele, lampade a batteria o – per chi può – attrezzarsi con gruppi elettrogeni casalinghi che costano fino a tremila euro.

   “Si muore anche così”, dice Oxana, che teme per suo padre, collegato a un ventilatore meccanico per respirare. “Per fortuna abbiamo comprato un generatore e spero funzioni sempre. È di  quelli a benzina, l’ho sistemato fuori al balcone. Questo non potrei tenerlo, la legge lo vieta per una questione di sicurezza”, spiega ignorando le raccomandazioni delle autorità sui rischi di intossicazione da monossido di carbonio. Ma non è l’unico problema. “Pensate a quando suona l’allarme e tocca andare nei rifugi.Immaginate sia facile far scendere dalle scale, con l’ascensore che va fuori uso, a tutte le persone di un edificio di sedici piani?”, fa notare Svitlana, 46 anni, condomina del complesso di vecchi grigi palazzoni di epoca sovietica, allettata dopo essersi rotta un femore. Nello stesso posto Nadiya si è attrezzata con un fornelletto a gas e una stufetta: “Penso ai miei figli, spesso le lezioni a scuola saltano, così come le visite programmate da mesi negli ambulatori degli ospedali”. Da Trypilska a Brovary, i continui bombardamenti hanno messo in ginocchio la Ukrenergo, la compagnia nazionale dell’energia ucraina e forse l’attacco di molto tempo fa agli uffici della Dtek, la società che distribuisce l’elettricità, visto oggi dà l’impressione di un avvertimento di Mosca. Lo sanno bene anche gli operai che effettuano le riparazioni dei cavi, “migliaia le chiamate negli ultimi mesi”, dicono. Durante i blackout ci sono poche alternative e spesso tutto si concentra nei negozi, almeno quelli che hanno la possibilità di utilizzare i grossi generatori di corrente: così diventa più facile studiare sedendosi sulle panchine in un centro commerciale, anche solo per stare al caldo.

   I servizi essenziali, fatta eccezione per le infrastrutture critiche come i reparti degli ospedali, funzionano tutti i giorni ma a singhiozzo, in una rotazione di interruzioni che viene  decisa giorno per giorno. Alla sera, dopo le comunicazioni, ci si organizza per le ventiquattro ore successive. “Ci dicono che bisogna ridurre i consumi, a prescindere. Ma questa situazione non può andare avanti sempre così, speriamo si sbrighino con la diplomazia”, commentano nel quartiere. Kiev non è l’Est del Paese e le trincee per fortuna per adesso sono lontane: di certo la quotidianità è cambiata e la gente va  avanti consapevole che queste situazioni, anche se lontano dal  Donbass, li avvicinano sempre più alla routine di chi vive a ridosso del fronte.

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La decisione di Andrea,’vado al fronte, lì ho perso i miei amici’

Un gruppo di italiani si arruola per l’Ucraina, ‘siamo europeisti’

Mostrano sulle loro spalle le toppe tattiche militari con la bandiera gialloblu, citano Altiero Spinelli e sostengono l’obiettivo dell’Europa unita. A Kiev c’è una nuova generazione di giovani italiani che presto si unirà  alle truppe ucraine, aiutati da un’associazione che supporta una ventina di persone del nostro Paese impegnati al fronte contro i soldati russi. Tra loro, ad esibire la procedura di arruolamento nelle forze armate dell’Ucraina, c’è Andrea Cappelletti, un 25enne di Cantù: “Certo, ho messo in conto di poter anche morire, ma preferisco vada così piuttosto che restare a guardare senza fare nulla”, spiega mentre passeggia in piazza Maidan e scrolla la neve che si posa sulle dodici foto dei caduti italiani in Ucraina, in uno dei tanti memoriali che affollano questo posto.
 
   Oltre a consegnare al fronte cibo italiano, medicinali e attrezzature mediche, l’associazione italiana ‘Stur’ (acronimo di Support the ucrainian resistance) – composta da una quindicina di persone e con decine di donatori – ha uno sportello di supporto psicosociale per i familiari dei ragazzi italiani che decidono di arruolarsi, “consapevoli – dicono – del dolore che la famiglia  dei volontari si ritrova a dover gestire in seguito alla decisione dei ragazzi di partire, e talvolta di non tornare”. Tra loro c’è un gruppo di amici ventenni che vengono da Verona, Emilia Romagna e Toscana.
   
   Andrea ha scelto ‘Velite’ come nome di battaglia: “E’ un riferimento a quelle figure dell’antichità romana che portavano l’acqua in prima linea”, spiega ricordando che già da tre anni  per diverse volte era stato a contatto con i soldati in Ucraina, da Kherson a Povkorosk, ma soltanto per portare aiuti. “Per me, che sono un convinto europeista, tutto quello che sta accadendo non è giusto. A dicembre ho lasciato in Italia il mio lavoro di designer e ho cominciato l’iter per arruolarmi”. Il giovane 25enne di Cantù – che affronta con sguardo sicuro le motivazioni della sua scelta – ha già fatto i conti con la sua famiglia e suo padre, anche lui volontario impegnato negli aiuti umanitari, non è d’accordo: “A lui non piace l’idea che io possa uccidere, ma ho capito che senza le armi non si risolverà niente. La pace, l’aiuto e il pane non servono più. Servono i fucili”, aggiunge annunciando di essere pronto ad aggiungersi al 411esimo reggimento delle forze armate ucraine, come pilota di droni di attacco. Stessa scelta di N., 34 anni, di Verona, che da dieci  giorni si è trasferito a Kiev: “La mia famiglia non sa della mia scelta, sanno solo che sono partito per venire qui”. Anche N. aveva un lavoro, come programmatore, ma “quel momento – spiega – per me è concluso, sono appagato. Ora voglio aiutare in prima  linea, sono pronto a mettermi a disposizione. Qui c’è la  possibilità che nasca un’Europa diversa, come quella che sognava Altiero Spinelli nel suo manifesto di Ventotene: gli ucraini hanno uno spirito molto europeista”. Il gruppo di idealisti e aspiranti soldato, che viene dall’Italia, è sicuro della vittoria di Kiev: “L’importante è non arrendersi – dicono – . Anche anche se Mosca ha più soldati, prima o poi a loro finirà la voglia di combattere. A differenza nostra, non hanno una vera motivazione  per stare qui”.

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