“Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi”. Dall’altro capo del telefono il carabiniere trasale. “Vi aspetto a Casteldaccia”, dice il muratore 56enne prima di riagganciare. E’ l’epilogo della terribile storia costata la vita ad Antonella Salamone e ai suoi due figli Kevin, appena 16enne, ed Emanuel, di soli 5 anni, assassinati dopo essere stati torturati da Barreca e dai suoi complici: Sabrina Fina e Massimo Carandente, durante un folle rito di liberazione dal demonio. Processati per strage tutti e tre sono stati condannati dalla corte d’assise di Palermo all’ergastolo. Per Barreca il pm aveva chiesto 30 anni ritenendolo semi-infermo di mente.
Le sevizie, durate giorni, e gli omicidi vennero commessi nella villetta di Barreca ad Altavilla Milicia, paese costiero a 30 chilometri da Palermo. Preso in consegna il muratore, i militari andarono nella casa. Raccapricciante la scena che si trovarono davanti. A terra i cadaveri dei ragazzini. La terzogenita, 17enne, Miriam, era seduta sul letto in una stanza, sotto choc. Giorni dopo ammise di aver assistito ai delitti: processata separatamente davanti al tribunale dei minori, ha avuto 12 anni e 8 mesi in primo grado, mentre in appello è stata assolta perchè dichiarata incapace di intendere e volere. La moglie del muratore, di 13 anni più giovane di lui, fu trovata dopo ore. Pezzi del suo corpo carbonizzati erano a poca distanza dalla casa sotto un cumulo di terra. Dopo averla uccisa venne dato fuoco al suo corpo. Barreca fu portato in caserma e alla confessione telefonica aggiunse alcuni particolari.
“C’era il demonio in casa”, disse. Presto le indagini svelarono il contesto: il muratore era un fanatico religioso che per mesi aveva frequentato la chiesa evangelica per prenderne poi le distanze, e aveva una ossessione per il diavolo. E’ in chiesa che aveva incontrato i complici. I tre, convinti che la vittima e il figlio minore fossero posseduti dal diavolo per giorni si rinchiusero nella villetta alternando violenze e preghiere. A raccontare l’orrore vissuto fu proprio Miriam. La Salamone sarebbe stata uccisa per prima. Poi sarebbe toccato a Emanuel, infine a Kevin. Le dichiarazioni della ragazza, che confessò di avere partecipato al massacro, furono una galleria interminabile di violenze. Tutte riscontrate dai periti dell’istituto di medicina legale del Policlinico di Palermo. “Eravamo in cucina, mia madre era a terra con il volto in giù – raccontò -, ed erano presenti anche Sabrina, Massimo, Kevin e mio padre. La torturavano a turno, sia Sabrina che Massimo. Le passavano l’asciugacapelli con la massima temperatura, con la padella la colpivano sulla schiena”. La ragazza chiarì che la madre era morta il 9 febbraio, dopo essere stata seviziata per un giorno: “Sabrina e Massimo mi hanno detto che ha avuto un infarto, mentre si trovava distesa a terra in cucina”, disse. “Volevano farla cremare per questo hanno prima bruciato il corpo e poi l’hanno seppellita in una buca scavata da mio padre e Kevin”. Le autopsie confermarono, aggiungendo particolari raccapriccianti anche sulla tragica morte dei due ragazzini, strangolati con delle catene.
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