In uno scenario globale sempre più instabile e segnato da numerosi conflitti – trentadue guerre e ventidue aree di crisi, secondo i dati dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo pubblicato nel marzo 2026 – la possibilità che in occasione della Pasqua si arrivi a una tregua appare piuttosto ridotta, ma può ripercuotersi positivamente sul nostro linguaggio, che sta diventando sempre più ‘bellicoso’, come osserva Marco Brando in un articolo pubblicato sul portale treccani.it Termini come trincea, prima linea, raid chirurgico, operazione militare speciale, deterrenza, danno collaterale, drone stanno diventando di uso comune, affiancandosi a neologismi quali pro-Pal (“chi sostiene la causa politica del popolo palestinese”) o sumud (“resilienza, resistenza, speranza nel futuro, solidarietà, intesi come valori culturali e politici dei palestinesi”), Il nostro lessico “si sta adattando alle tensioni del presente, con l’utilizzo di molti termini, quali minaccia esistenziale, che sembravano confinati nella memoria letteraria o nella storiografia del Novecento” si spiega.
Determinante in questo processo “è anche il ruolo dei media e dei social network, che selezionano temi, immagini e parole, orientando la percezione collettiva e contribuendo a diffondere un lessico guerresco che alimenta stati di ansia e allarme e favorisce dinamiche di polarizzazione, in cui la scelta di una parola rispetto a un’altra può implicare una precisa posizione culturale o politica”. Il caso più emblematico “è rappresentato da genocidio, parola passata da termine tecnico-giuridico a grido di battaglia politico, suscitando aspre polemiche tra chi ne denuncia l’uso inflazionato e chi ritiene che quella parola sia l’unica adeguata alla distruzione di Gaza e al massacro dei suoi abitanti”. Simmetricamente, il concetto di autodifesa è stato sottoposto a un’analisi critica intensa: mentre per alcuni è il cardine della legittimità israeliana, per altri è diventato un eufemismo per coprire operazioni di rappresaglia sproporzionate. Analogamente il termine arma, già impiegato in senso figurato durante la pandemia, torna oggi a indicare strumenti concreti di offesa: “Le sanzioni da sole non bastano, l’arma contro Putin è anche l’informazione” si legge sui giornali. Se oggi il linguaggio riflette una realtà segnata da divisioni e violenze, “il richiamo alla Pasqua – tradizionalmente legata ai temi della pace, della riconciliazione e della liberazione – pur nella sua fragilità, può promuovere un uso più consapevole delle parole, in un tempo in cui la guerra è tornata a essere, dolorosamente, il vocabolario comune della condizione umana”.
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