Il sorriso sornione di Antonio Costa, l’educato “nein” di Ursula von der Leyen alla sospensione del Patto di stabilità, la conferma che l’ex jihadista Ahmad al-Sharaa, oggi leader della nuova Siria, è un solido partner dell’Europa. Nicosia, immagini dal vertice di Cipro. Summit interlocutorio, come si ama dire in gergo diplomatico. Con un convitato di pietra, ancora una volta Donald Trump. Il tycoon, da qualche tempo, è il principale fattore unificante dei 27. L’Ue, pungolata e attaccata dalla Casa Bianca, ha ormai acquisito una consapevolezza: dall’economia alla difesa bisogna camminare da soli. Il vertice di Cipro lo ha ribadito con forza, ma non ha potuto nascondere l’ennesima spaccatura prodotta su come affrontare la crisi energetica. Con due squadre in campo: il fronte del Med e i frugali del Nord. A Nicosia i 27 si sono risvegliati con l’ennesimo attacco della coppia Trump-Hegseth. Agli occhi di Washington l’Europa, sul fronte iraniano, è immobile, ferma “in discussioni sciocche”. A Cipro non è andata proprio così. Sull’isola sono sbarcati il presidente libanese Joseph Aoun, il siriano al-Sharaa, i leader di Egitto e Giordania. Questi ultimi due, di fatto invisibili alle telecamere. I primi, invece, hanno presenziato l’inizio della conferenza stampa finale. La clip di al-Sharaa, un tempo nella blacklist Ue, al fianco di Ursula von der Leyen, è stata quasi un inno alla realpolitik europea. Al tavolo dei leader ci si è detti, soprattutto, di fare di più sulla crisi in Medio Oriente. Emmanuel Macron ha lanciato una conferenza internazionale di sostegno per Beirut.
La presidente della Commissione ha messo sul piatto la proposta di un upgrade della missione Aspides, parlando di “sofisticato coordinamento marittimo congiunto”. “Siamo pronti a rafforzare la risposta Ue”, gli ha fatto eco il presidente del Consiglio europeo. L’Europa deve correre, non solo guardando al Medio Oriente. Il presidente cipriota Nikos Christodoullides ha messo sul tavolo la necessità di un vademecum per l’attuazione dell’articolo 42,7, sulla mutua assistenza. “Dobbiamo interrogarci sulla lealtà degli Usa nella difesa verso l’Europa”, ha ammesso il premier polacco Donald Tusk. A giugno se ne riparlerà, chissà allora i rapporti tra Ue e Usa come saranno. A Nicosia, pur senza alcuna dichiarazione ufficiale, è circolato un’ipotesi plumbea: che Trump non venga al G7 di Evian Les Bains, ma faccia solo un videocollegamento. Se il presidente americano la unisce l’Ue, i conti tornano a spaccarla. Colombe e falchi, contro, ancora una volta. Sul piatto un intervento comunitario contro la crisi energetica che non piace all’Italia e neppure alla Spagna. A rompere il ghiaccio, di prima mattina, è stato Pedro Sanchez, offrendo subito una sponda alle colombe. Prorogare il Recovery di altri sei o dodici mesi, allentare il patto di stabilità sugli investimenti energetici e introdurre una tassa sugli extraprofitti sono le tre cartucce del premier spagnolo. Un messaggio cucito su misura anche per Giorgia Meloni, che da settimane batte sullo stesso tasto, spiegando che agendo solo sugli aiuti di Stato si rischia di aumentare “le disparità” tra i 27.
Poco dopo, a porte chiuse, il primo scambio tra i leader sul bilancio Ue ha riaperto la frattura più classica. Inamovibile sull’allentamento dei vincoli, Friedrich Merz ha liquidato anche gli eurobond come “inimmaginabili”, trovando appoggio nella presidente della Commissione, impegnata a riportare il confronto sui numeri. “Trecento miliardi sono disponibili per l’energia, di cui 95 ancora da spendere. La sospensione del Patto avviene solo con una severa congiuntura”, ha tagliato corto la tedesca, concedendo a Spagna e Italia solo un vago “restiamo in allerta”. Eppure “anche i tedeschi si rendono conto delle difficoltà”, ha concesso Meloni davanti alla stampa, ammettendo che “si parte da posizioni distanti” ma rivendicando il tentativo di “avvicinarle”, alla ricerca di margini alternativi da costruire. “Nella nostra posizione non siamo soli”, ha aggiunto, prima di andar via. Il discorso non è chiuso. A mancare, per ora, è la voce potenzialmente decisiva di Emmanuel Macron, rimasto defilato sul dossier economico. Ma Parigi, si sa, alza sempre il baricentro delle priorità di un’Europa che diventi sovrana. Per farlo ci vogliono, innanzitutto, risorse comuni.
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