Le lettere “partiranno domani: O ci sarà un accordo” sui dazi o “ci saranno le lettere”. Lo ha detto Donald Trump con a fianco il ministro del commercio Howard Lutnick. Lutnick ha precisato che in mancanza di un accordo i dazi entreranno in vigore.
Ultime ore prima della verità sui dazi. La deadline scatterà infatti mercoledì 9 luglio alle 12:01 della costa orientale Usa, ovvero le 18:01 in Italia. E cosa accadrà dopo al momento nessuno lo sa con certezza. Qualche indicazione l’ha data però il segretario al Tesoro Scott Bessent: le trattative con l’Ue, dopo un avvio lento dei negoziati, “procedono” e – sostiene – “ci sono stati progressi”.
“Saremo molto impegnati nelle 72 ore a venire”, ha aggiunto poi sottolineando che “diversi importanti accordi” saranno annunciati nei “prossimi due giorni”. Un tono conciliante che fa il paio con le dichiarazioni diffuse a Bruxelles dalla Commissione, impregnate di cauto ottimismo. Ma non vuol dire nulla. Il terreno, si sa, è sempre più friabile a pochi passi dalla meta, specie se al di là del traguardo c’è Donald Trump.
“Siamo concentrati su 18 paesi che rappresentato il 95% del nostro deficit commerciale”, ha sottolineato Bessent nel corso di un’intervista alla Cnn, notando che la strategia applicata nelle trattative è quella della “massima pressione”. L’Ue lo sa bene. Domani è prevista la riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti – essenzialmente il direttorio dell’Unione, dove siedono gli ambasciatori dei 27 – in modo da coordinare la risposta, ‘deal’ o ‘no deal’.
Per ora solo il Regno Unito e il Vietnam hanno stretto un accordo con gli Usa sui dazi (c’è che l’ha definito come il primo vero risultato della Brexit, dato che altrimenti Londra sarebbe stata obbligata a trattare insieme agli altri Stati membri dell’Ue). La Gran Bretagna ha strappato il 10%. Che poi è quello a cui punta Bruxelles. Il Vietnam invece il 20%. Ovvero molto meno del 46% annunciato lo scorso aprile nel Liberation Day. “Nel complesso, consideriamo l’accordo tra Stati Uniti e Vietnam un passo positivo verso accordi bilaterali più duraturi per gli Usa e verso una maggiore chiarezza per gli investitori”, ha affermato Ulrike Hoffmann-Burchardi, responsabile globale delle azioni presso UBS Global Wealth Management, in una nota pubblicata la scorsa settimana. E continuano serrate anche le trattative commerciali fra gli Stati Uniti e il Giappone: il capo negoziatore di Tokyo ha avuto almeno due telefonate con il ministro del commercio americano Howard Lutnick, di cui una di un’ora sabato. Il Sol Lecvante è nel mirino del tycoon da alcuni giorni con la minaccia di dazi al “30%, 35% o quanto vogliamo”.
È la famosa prevedibilità che tanto piace ai mercati e che è stata invocata recentemente pure da diversi leader europei – uno su tutto il cancelliere tedesco Merz – secondo i quali l’incertezza rischia di essere persino peggiore dei dazi (purché contenuti sotto una certa soglia). Trump lo ha capito è infatti usa una tecnica mista, bastone e carota. Le 12 lettere ad altrettanti Paesi con dentro la cifra da pagare – secondo il Tycoon saranno sulla falsa riga del “congratulazioni, pagherai il 25%”, in pieno stile ‘Apprentice’ – dovrebbero partire domani e, se non ci sarà accordo, i dazi torneranno al livello del 2 aprile e scatteranno dal 1° agosto. La missione dunque è contenere i danni. “Fare previsioni è difficile, il 10% non sarebbe un dazio insopportabile per la nostra economia”, ha evidenziato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani al Forum in Masseria. Alla domanda se si vada verso dazi differenziati per settori ha risposto: “Ci sono tre o quattro ipotesi diverse, evitiamo contromisure sul whisky, lasciamolo perdere, e cerchiamo di esportare più vini possibili”.
Il resto del mondo osserva, non necessariamente in silenzio.
I Paesi del Brics, ad esempio, esprimono “serie preoccupazioni” per l’escalation del protezionismo e delle misure commerciali unilaterali.
Il mondo e le borse restano alla finestra, ormai consapevoli che l’ordine basato sulle regole si va a farsi benedire se le regole le decide il più forte.
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