“Gli abbiamo dato il colpo di grazia, lo abbiamo distrutto”. E’ iniziata così, citando una drammatica affermazione di uno degli imputati, la requisitoria della Procura di Roma con cui ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere per i quattro 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato ed ucciso Giulio Regeni nel 2016 al Cairo.
Una lunga requisitoria, durata quasi 7 ore, in cui il procuratore aggiunto, Sergio Colaiocco – affiancato anche dal procuratore Francesco Lo Voi – ha ricostruito dieci anni di indagini, tra depistaggi e prove nascoste da parte delle autorità del Cairo.
Regeni “non è solo il nome di una vittima, è diventato il nome universale di domanda di giustizia”, afferma l’accusa. “Questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva – è detto nelle conclusioni il rappresentante dell’accusa -. Consegna una verità processuale costruita attraverso prove documentali; prove dichiarative; prove tecnico-scientifiche; riscontri esterni; convergenze indipendenti; verifiche dibattimentali”.
Un processo voluto con ostinazione dai pm di piazzale Clodio contro “il silenzio e le menzogne” dell’Egitto che “ha deciso di coprire e proteggere gli aguzzini” fornendo versioni di comodo o “veri e propri falsi” e comprendo prove. Nel prologo la Procura ha detto che “ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”.
Video La procura su Regeni: ‘Non era una spia, sottoposto a violenza fredda e metodica’
Colaiocco ha poi riavvolto il nastro di una vicenda tragica. Regeni “il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona – afferma -. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza”. Per l’accusa Regeni fu privato “non soltanto della libertà e della vita” ma fu “privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite.
Uno spazio – secondo la Procura – in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro. A compiere tutto non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza”. Si tratta di “pubblici ufficiali di altissimo grado — un generale, due colonnelli e un maggiore — dunque soggetti pienamente consapevoli dei propri doveri istituzionali, primo fra tutti quello di garantire la legalità e non di piegarla a fini illeciti”. In particolare è stato sollecitato il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – l’autore materiale dell’uccisione – e condanne a 17 anni e 6 mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr.
“Ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”, ha detto Colaiocco davanti ai giudici della prima Corte d’Assise. Mostrate nell’aula bunker di Rebibbia anche le foto della Tac a cui il corpo del ricercatore friulano è stato sottoposto.
Inserire didascalia
“Un corpo spezzato dal dolore”, ha aggiunto affermando che si è trattata di “una metodica di annientamento. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio destro. La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti. Cinque ai denti. Quindici alle strutture ossee”. Quanto alla causa terminale della morte, l’autopsia italiana accerta “che Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario”, afferma. Per quanto riguarda il movente di tanta violenza la Procura parla di “una errata percezione di attività di intelligence ostile” ma Giulio – è stato ribadito in aula – “non era una spia”.
Video Il docufilm ‘Giulio Regeni, tutto il male del mondo’ torna in sala
Infine sull’ipotesi una possibile ‘pista inglese’, il rappresentante dell’accusa taglia corto. “Tutti gli elementi raccolti sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione. E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio”, ha concluso il rappresentante dell’accusa.
Video Cagliari, rettore universita’: ‘Non smetteremo di chiedere verita’ per Giulio Regeni’
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
