Nella prima udienza del processo di secondo grado, quattro mesi fa, tentò di chiedere “scusa e perdono”, dopo che in precedenza aveva definito ciò che aveva fatto solo come “una stupidata”. La madre della vittima, però, si alzò all’istante per gridargli contro “basta, stai zitto”. E anche oggi, dopo che la Corte d’Assise d’appello di Milano ha confermato 27 anni di reclusione per Daniele Rezza per omicidio volontario e rapina aggravati, il fratello di Manuel Mastrapasqua, ucciso con una coltellata vicino al cuore per un paio di cuffie wireless, ha ribadito che per la famiglia quelle scuse tardive “non valgono niente”.
La stessa Procura generale, con la sostituta pg Olimpia Bossi, nel suo intervento prima del verdetto ha rimarcato che Rezza, che ora ha 21 anni, ha finora mostrato “indifferenza di fronte a quella vita spazzata via e mai un pentimento o un rimorso”. Mastrapasqua, 31 anni, verso le 3 del mattino dell’11 ottobre del 2024, stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato di via Farini, a Milano, quando, sceso dal tram a Rozzano, nel Milanese, venne aggredito da Rezza e ucciso con un fendente. “Quando l’ho visto volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere”, mise a verbale l’allora 19enne dopo l’arresto. Il padre del ragazzo gettò quelle cuffie che il figlio gli diede e lo accompagnò alla stazione di Pieve Emanuele, nel Milanese. Da là Rezza prese un treno per Pavia e un autobus per Alessandria, dove venne bloccato.
“Trenta secondi per morire per 14 euro di cuffiette. Poteva andarsene dopo avergliele strappate e invece decise di accoltellare, non c’era nessun motivo per ammazzarlo”, ha spiegato la pg Bossi, chiedendo di confermare la sentenza del luglio 2025 con il riconoscimento delle aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa, spiegando di “non concordare”, così come i giudici del primo verdetto, con la linea della Procura in primo grado (aveva chiesto 20 anni), che voleva far cadere le due aggravanti. A Rezza, secondo la pg, così come deciso dalla Corte d’Assise, possono essere, comunque, riconosciute le attenuanti generiche equivalenti, che hanno portato la pena a 27 anni, perché “l’ergastolo sarebbe una soluzione tombale”, mentre il giovane così potrà “prendere coscienza e uscire dal carcere un giorno con un percorso di cambiamento”. La Corte di secondo grado (giudici Ivana Caputo e Franca Anelli) ha solo escluso l’aggravante dei futili motivi, mantenendo intatta la pena. E si è riservata di decidere su un’altra richiesta di ammissione alla giustizia riparativa presentata dalla difesa di Rezza, dopo che era stata già respinta in primo grado. Richiesta a cui si sono opposti ancora i familiari di Manuel, la madre e i due fratelli con l’avvocata Roberta Minotti. “Le scuse chieste dopo un anno non valgono niente e non me ne faccio niente”, ha spiegato il fratello Michael.
La legale delle parti civili ha affermato che l’imputato “è indifferente al dolore che ha provocato e ha bisogno di un percorso rieducativo: ha tanti anni a disposizione che potrebbe sfruttare per prendere coscienza”. La difesa, con la legale Tiziana Bacicca, puntava, invece, su una riduzione della pena in quanto il suo assistito, ha chiarito, “è una persona “fragile”. Un giovane che, comunque, da una perizia in appello è stato valutato come pienamente capace di intendere e volere quando sferrò la coltellata letale.
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