Fuori da una base dell’esercito nel distretto di Nuwakot, in Nepal, le dita scorrono sulle liste di carta appese alle pareti. I familiari cercano un nome, una traccia, una notizia dei propri cari ancora dispersi. Una catastrofe che, secondo una prima stima, potrebbe costare miliardi di dollari al Paese. Ora, però, è ancora tempo di piangere le vittime, che crescono ora dopo ora. Sono 675 i morti recuperati in Nepal e 2.426 le persone ancora non contattabili. La Cina conta altri sette morti e 554 dispersi.
Complessivamente, le persone di cui non si hanno notizie nelle due aree superano quota 3.000, anche se è ancora difficile stabilire se ci siano delle sovrapposizioni tra le due liste. Il ministero degli Esteri nepalese riferisce intanto che sono state tratte in salvo oltre 4.450 persone nelle aree colpite, tra cui più di 187 cittadini stranieri, ma ne mancano ancora 420 all’appello, compresi tre italiani. Numeri che aiutano, ma non bastano a capire la dimensione della catastrofe che ha colpito il confine tra Nepal e Tibet mercoledì scorso. E che metterà in ginocchio il Paese anche nel futuro. Mentre continua la ricerca di chi potrebbe essere sopravvissuto, infatti, Kathmandu comincia già a misurare ciò che resta da ricostruire. Il ministro delle Finanze Swarnim Wagle ha stimato in 4-5 miliardi di dollari il costo, una prima cifra destinata a essere aggiornata con il completamento della valutazione dei danni.
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Ma prima della ricostruzione viene la corsa contro il tempo per chi potrebbe essere ancora vivo. Dei 2.426 dispersi in Nepal, 933 sono lavoratori di progetti idroelettrici. L’esercito sta cercando di raggiungere oltre 100 persone rimaste intrappolate nel tunnel dell’impianto Upper Trishuli 3B, nel distretto di Rasuwa, in un’operazione descritta come estremamente difficile e ad alto rischio. Gli accessi sono ostruiti da fango, massi e sedimenti trascinati dal fiume e i soccorritori devono prima capire se e come sia possibile entrare. Il dramma dei tunnel, però, potrebbe essere ancora più ampio. Per questo Kathmandu ha chiesto aiuto a India e Cina. Il governo ha mobilitato sei tecnici cinesi, arrivati in elicottero nella zona di Trishuli per una prima ricognizione delle condizioni all’interno dell’impianto Upper Trishuli 3B. Altri specialisti cinesi sono in standby nell’area di confine e potrebbero essere inviati sul posto. Una squadra indiana di 11 membri, composta da esperti di soccorso in galleria e personale medico, è invece già arrivata a Kathmandu. Complessivamente 15.224 membri delle forze di sicurezza sono stati mobilitati per tutte le operazioni di soccorso e assistenza.
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La ricerca dei dispersi si intreccia intanto con un’altra emergenza: quella delle salme. Centinaia di corpi sono stati recuperati a valle dopo essere rimasti a lungo nell’acqua e rischiano una rapida decomposizione. Un problema enorme per il loro riconoscimento. Il ministro degli Esteri Shisir Khanal ha spiegato che il Nepal dispone di capacità sanitarie e forensi limitate e ha chiesto frigoriferi, anche attraverso l’impiego di camion refrigerati, oltre a competenze per i test del Dna, necessari per identificare le vittime e restituirle alle famiglie. Secondo la Croce Rossa, fino a 93.000 persone potrebbero essere state colpite dalla catastrofe. Il Canada ha annunciato 5 milioni di dollari canadesi di aiuti umanitari, mentre l’Unione europea ha promesso 2 milioni di euro. La Cina si prepara inoltre a fornire 30 ponti Bailey per contribuire al ripristino dei collegamenti nelle aree colpite.
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