Ulisse grida aggiornamenti dal campo di battaglia via radio e poi, in mezzo al fumo, negozia con un Polifemo in mimetica. Un drone d’attacco sorvola il palcoscenico. I greci dormono in sacchi a pelo kaki. Mentre nei cinema di tutto il mondo spopola l’adattamento pacifista di Christopher Nolan, sul palcoscenico del teatro ‘Ivan Franko’ di Kiev arriva un”Odissea’ scritta e interpretata dai militari del corpo ucraino dell’Azov.
“Non stiamo mettendo in scena Omero – racconta Darya Legeyda, ‘Penelope’, alla France Presse – La nostra Odissea parla dei nostri eroi, anche se attingiamo a temi arcaici, mitici e profondamente significativi”. La nostalgia di casa, dei greci per Itaca e degli sfollati per i territori occupati dai russi.
L’angoscia di chi è rimasto a casa pensando ai propri cari al fronte, dispersi o prigionieri, che potrebbero anche non tornare mai. Il dolore per i caduti non sepolti che tormenta Odisseo come i soldati del ventunesimo secolo. Come il protagonista Danylo Mireshkin: “E’ stata la parte più difficile – spiega il ‘soldato Ulisse’ – Rivivere questa esperienza ancora e ancora. È un dovere sacro. Ma non sempre si può”.
L’Odissea ucraina fa parte delle iniziative culturali dell’Azov – l’incasso sarà devoluto a sostegno dei prigionieri di guerra – e racconta, attraverso le vicende del poema omerico, la storia della discussa unità militare, con più di una licenza. A partire dall’ambientazione, che svia Odisseo a centinaia di chilometri dal suo classico itinerario per il Mediterraneo.
Siamo in Meozia, l’antico nome della regione che oggi ha per capitale Mariupol e che affaccia – appunto – sul Mar d’Azov. Quella Mariupol che fu brevemente occupata dai russi già nel 2014 e che il battaglione, che ha fama di essere vicino all’estrema destra, allora riconquistò guadagnandosi notorietà.
Poi, durante l’invasione su larga scala di quattro anni fa, i militari dell’Azov furono gli ultimi che rimasero asserragliati per giorni e giorni a resistere all’assedio. Alla fine si arresero al Ciclope russo – la metafora proposta dal testo teatrale – sperando di poter tornare, come Ulisse, a casa loro.
Ma, a quattro anni di distanza, molti sono ancora nelle carceri di Mosca, che li utilizza a supporto della narrazione ‘denazificatrice’ della cosiddetta operazione speciale. Sta di fatto che, per molti ucraini, i militari del battaglione sono rimasti un simbolo nazionale di resistenza e anche sopra l’ingresso del teatro, il più prestigioso della capitale ucraina, campeggia prima dello spettacolo lo striscione per la ‘Liberazione dei combattenti di Azov’.
E sì che fino all’ultimo la rappresentazione ha rischiato di essere annullata perché le sirene d’emergenza, da quelle parti, non sono solo un effetto di scena. Già una volta, a causa dell’allarme aereo su Kiev, la compagnia aveva dovuto dare forfait. Ma non è solo per la minaccia dei droni che il regista Ivan Uryvskyi ha spiegato di non sentirsi così nervoso da molto tempo: “Ho allestito molte produzioni, ma questa è davvero speciale – ha detto all’Afp – L’Azov è spesso percepito come una sorta di mito”.
In quello classico, di mito, Ulisse riesce alla fine a tornare a Itaca e a vendicarsi degli invasori della sua casa. Nell’Odissea dell’Azov invece, quando cala il sipario, il destino finale dell’eroe resta ambiguo. “Forse non avremo un lieto fine nel senso classico del termine – dice la Penelope ucraina – Forse dobbiamo parlarne. E piangere. E andare avanti”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
