In un paese in cui quasi la metà dei contribuenti paga appena il 5% dell’Irpef e 9 milioni non dichiarano praticamente nulla, quasi l’80% delle tasse è a carico di circa il 30% degli italiani, mentre il 70% paga solo il 20%. E’ lo “squilibrio fiscale” messo a nudo dai dati sulle dichiarazioni dei redditi.
Numeri che fotografano una realtà purtroppo nota, mentre proprio la riduzione dell’Irpef per il ceto medio resta in cima alle priorità del governo per la prossima manovra, in un menu che si arricchisce di proposte ma la cui definizione è legata come sempre all’incognita risorse. La fotografia del rapporto di Itinerari previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi evidenzia che nel 2024, su una popolazione di 58,9 milioni di italiani, i contribuenti sono stati 42,8 milioni e hanno dichiarato redditi in crescita a 1.076 miliardi. Quelli che versano almeno 1 euro di Irpef sono poco più di 34,1 milioni, ma i restanti 24,8 milioni, il 46% degli italiani, “non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia – si osserva – beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato”, dalla scuola alla sanità.
Dai contribuenti con redditi fino a 20mila euro, dove si colloca il 47% dei contribuenti (poco meno di 20,2 milioni), arriva alle casse dello Stato soltanto il 5% dell’Irpef totale. Guardando ai redditi più alti, emerge che chi dichiara più di 100mila euro – l’1,75% dei contribuenti – paga il 22,25% di Irpef.
Tra questi, i super ricchi con redditi superiori a 300mila euro (lo 0,14% dei contribuenti) pagano appena il 6,37% e quelli tra 200 e 300 mila euro – lo 0,21% – ancora di meno, il 3,56% dell’Irpef. Ci sono poi circa 9 milioni di contribuenti che non versano un euro: circa 1,14 milioni di dichiaranti denuncia un reddito nullo o negativo e non paga né tasse né contributi e circa 7,9 milioni (il 18,6%) dichiara da zero a 7.500 euro, praticamente anch’essi “totalmente a carico della collettività”.
Il risultato è che il grosso dell’Irpef è a carico di poco meno di 8 milioni di contribuenti: sono quelli con redditi da 35mila euro, il 18,78% dei dichiaranti, che versano il 65% di tutta l’Irpef. Aggiungendo anche i redditi da 29 a 35mila (l’11,4% dei contribuenti), risulta che il 30,22% degli italiani paga il 78,67% delle tasse. In questo scenario il governo conferma l’obiettivo di estendere in manovra il taglio della seconda aliquota Irpef ai redditi tra 50 e 60mila euro.
Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo conferma l’ipotesi, ma professa cautela: “Precondizione: la copertura”. L’esponente di FdI apre anche ad una flat tax per i giovani: “Vedremo le modalità, ma penso che possa essere un ulteriore incentivo all’occupazione”. Sembra destinata ad entrare in manovra anche la cedolare secca per gli affitti dei negozi.
“A certe condizioni, entro certi limiti, penso che si possa adottare”, dice Leo, che incassa subito il plauso di Confedilizia. Altro tema sul tavolo, le pensioni. La Lega punta sulla pensione anticipata a 64 anni, ma c’è da sciogliere anche il nodo dell’aumento dell’età pensionabile, con il mese in più che – senza interventi – scatterà da gennaio. Mentre Forza Italia prepara la proposta per un “piano strategico per gli anziani, il Silver Act”, che va dalla salute all’assistenza domiciliare, dall’adeguamento degli appartamenti all’innalzamento delle pensioni minime. Intanto i numeri della Ragioneria dello Stato rivelano il peso degli interventi di flessibilità nell’accesso alla pensione adottate negli ultimi anni. Le misure introdotte dal 2019 e poi prorogate (ovvero Quota 100, Quota 102 e Quota 103, insieme a Opzione donna e al blocco dell’adeguamento dei requisiti contributivi alla speranza di vita per chi andava in pensione anticipata) sono finora costate “circa 41,3 miliardi di euro”. Dati non condivisi dal leghista Claudio Borghi: “Basta falsità – dice -, gli anticipi non fanno esplodere i conti”.
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