Una grande folla ha partecipato ai funerali con gli onori militari e di Stato del generale Ratko Mladić: almeno 8.000 persone, secondo la polizia, che si sono radunate a Belgrado, fuori dalla chiesa dove si è tenuto il funerale, dopo aver reso il loro omaggio alla camera ardente per cinque ore; altrettante, se non di più, radunatesi poi al cimitero e lungo la strada percorsa dal corteo funebre.
Il generale è morto il 27 agosto in detenzione all’Aja, dove scontava l’ergastolo inflitto dall’ex Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità: responsabile riconosciuto dell’eccidio di Srebrenica, dei quattro anni di massacri dell’assedio di Sarajevo e di altri crimini di massa.
Ma nessuno di questi orrori è stato menzionato dai partecipanti né dagli officianti, in un cerimoniale prevedibilmente celebrativo, con una discreta ma visibile regia e presenza dello Stato, malgrado i ripetuti moniti dell’Unione europea: “La glorificazione di criminali di guerra non ha posto nell’Ue né nei Paesi candidati all’adesione”, ha avvertito Bruxelles.
Il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ha preferito non metterci ufficialmente la faccia – c’è andato il figlio Danilo -, disertando per ricevere la visita di Stato del presidente uzbeko. Ma, oltre ai vertici della Republika Srpska, all’ambasciatore russo, Aleksandr Botsan-Kharchenko, almeno tre ministri erano presenti, fra cui quello alla Giustizia, Nenad Vujić, a rendere visibile la presenza dello Stato, che comunque ha fornito picchetti d’onore, supporto logistico e garantito l’ordine pubblico, nella dichiarata intenzione di “fare la volontà della famiglia”.
Il tutto si è svolto in modo pacifico, senza neanche il disturbo di una contestazione, di una contromanifestazione, di una dichiarazione pubblica contraria. Nel solenne silenzio del cimitero di Topčider, gente di tutte le età, vestita per lo più con magliette e camicie nere a lutto, vecchi combattenti, famiglie, giovani, militari, persone in costumi tradizionali, erano allineati fra le lapidi. Qui Porfirije, il patriarca della Chiesa ortodossa serba, inestricabilmente legata all’identità del Paese e pilastro della cultura nazionale, che poco prima aveva officiato la cerimonia religiosa nella chiesa di San Luca Apostolo a Košutnjak, ha definito Mladic un “cristiano ortodosso e soldato serbo”, che “rimarrà profondamente impresso nella memoria della maggior parte del popolo serbo” e sarà “giudicato dalla Storia, che emetterà il verdetto finale”.
Il figlio del generale, Darko, accompagnato dalla madre e vedova di Mladić, Bosa, e dalle nipoti Anastasija e Stefan, davanti alla bara del padre coperta dalle bandiere della Serbia e della Republika Srpska di Bosnia, si è spinto oltre. Con la voce che spesso cedeva all’emozione e alle lacrime, ha detto: “Caro papà, i nemici hanno cercato di ucciderti più volte fallendo. Hanno cercato di comprarti, fallendo. Hanno cercato di spaventarti, non ci sono riusciti. Hanno ucciso tua figlia e non ci sono riusciti. E alla fine, non è rimasto loro che inventare menzogne su di te, per farti odiare dalle persone e dal mondo e hanno creato tribunali artificiali per i nostri eroi, per trasformare i difensori in criminali e i criminali in eroi”.
Quindi la folla, inquadrata nei volti commossi dalle tv filo-governative, è uscita dal rispettoso silenzio con applausi, intonando in coro “živeo!, živeo!” (espressione intraducibile, fra ‘lunga vita’ e ‘presente!’). Poi, con i classici tre colpi sparati in aria dal picchetto militare d’onore e dopo la benedizione e l’intonazione di litanie, la bara è stata calata alle 15.15.
Mladić è sepolto accanto alla figlia Ana, perduta nel 1994, nel culmine della guerra in Bosnia, morta suicida a 23 anni senza lasciare nemmeno un biglietto. E che al padre fu concesso di salutare per l’ultima volta dopo essere stato catturato, nel maggio 2011, poco prima di essere imbarcato sul volo per l’Aja, dove l’attendeva il processo.
Nell’imbarazzo di almeno una parte dell’opinione pubblica serba, fra gli strali della politica e dei media della Bosnia (ma non della Rs) – ‘Vergognoso”, “Una società smarita” fra i titoli più eclatanti -, Belgrado è andata avanti per la sua strada. Anche perché fra poco più di un mese si terranno le agognate elezioni politiche anticipate, chieste dall’opposizione e dagli studenti e accettate da Vučić. Oggi il governo presieduto dal premier Djuro Macut ha chiesto lo scioglimento del Parlamento: primo passo prima di indire il voto.
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